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venerdì 10 aprile 2015

Nel Vangelo di oggi l’apostolo Tommaso fa esperienza proprio della misericordia di Dio.


Vuole vedere, vuole mettere la sua mano nel segno dei chiodi e nel costato.



Seconda domenica di Pasqua e della divina misericordia Anno B, 12 aprile 2015
  

Vangelo secondo Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte

del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in

mezzo e disse loro: «Pace a voi!».

Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.

Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».



Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!».

Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano emettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».

Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».

Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

 Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati

scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome
                                 
PAROLA DEL SIGNORE!

Enzo: In questo brano di vangelo assistiamo a due scene di apparizioni di Gesù risorto ai suoi apostoli.
La prima, assente Tommaso, Gesù conferisce la sua missione ricevuta dal Padre ai suoi apostoli, “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Subito dopo conferisce il dono dello Spirito Santo soffiando sui discepoli compiendo così una nuova creazione: i suoi dodici saranno altri, direi che non avranno più i loro atteggiamenti e i loro pensieri…apparterranno completamente al Maestro con potere di rimettere i peccati, . Aggiungerei che assistiamo alla nascita del germoglio della Chiesa di Gesù.

La seconda scena è dominata dall’apostolo Tommaso: Gesù entra a porte chiuse e dopo il saluto di pace si rivolge direttamente a Tommaso: era venuto apposta per lui? Credo di sì ma i gesti e le parole di Gesù hanno sempre un senso e un insegnamento universale: “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
Gesù mostra a Tommaso e agli apostoli le sue mani e il suo costato cioè i segni che il martirio aveva provocato sul suo corpo, segni indelebili perché rimasti su un corpo morto. Ferite e Risurrezione, venerdì santo e domenica di Pasqua sono il mistero pasquale, il mistero della nuova alleanza, il tempo del Signore Gesù e di tutto il tempo della vita della Chiesa.

Infine Gesù dopo la confessione di Tommaso dà un avvertimento-consolazione alla sua futura Chiesa:  beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!.

Ma il vangelo di domenica ha un altro significato direi mistico e teologico insieme.

Ma per questo darei la parola a Papa Francesco riportando parte di due sue omelie che commentano questo brano, e la festa della Misericordia voluta a suo tempo da Giovanni Paolo Secondo (santo).

Nella seconda omelia citata papa Francesco oltre a Tommaso chiama in causa Pietro, i discepoli di Emmaus, e la parabola del Figliol prodigo per dimostrare la grande misericordia di Dio, Potremo alla fine chiederci : a quale personaggio tra questi somigliamo? Ovvero siamo tra quelli che abusando della pazienza di Dio non riconosciamo a fondo la sua misericordia per negligenza o pigrizia?

 Omelia del 27 aprile 2014, seconda domenica di Pasqua:

“Al centro di questa domenica che conclude l’Ottava di Pasqua, e che san Giovanni Paolo II ha voluto intitolare alla Divina Misericordia, ci sono le piaghe gloriose di Gesù risorto.
Le piaghe di Gesù sono scandalo per la fede, ma sono anche la verifica della fede. Per questo nel corpo di Cristo risorto le piaghe non scompaiono, rimangono, perché quelle piaghe sono il segno permanente dell’amore di Dio per noi, e sono indispensabili per credere in Dio. Non per credere che Dio esiste, ma per credere che Dio è amore, misericordia, fedeltà. San Pietro, riprendendo Isaia, scrive ai cristiani: «Dalle sue piaghe siete stati guariti»” (1 Pt 2,24; cfr Is 53,5).

Omelia del 7 aprile 2013, seconda domenica di Pasqua

Celebriamo oggi la Seconda Domenica di Pasqua, denominata anche «della Divina Misericordia». Com’è bella questa realtà della fede per la nostra vita: la misericordia di Dio! Un amore così grande, così profondo quello di Dio verso di noi, un amore che non viene meno, sempre afferra la nostra mano e ci sorregge, ci rialza, ci guida.

Nel Vangelo di oggi, l’apostolo Tommaso fa esperienza proprio della misericordia di Dio, che ha un volto concreto, quello di Gesù, di Gesù Risorto. Tommaso non si fida di ciò che gli dicono gli altri Apostoli: «Abbiamo visto il Signore»; non gli basta la promessa di Gesù, che aveva annunciato: il terzo giorno risorgerò. Vuole vedere, vuole mettere la sua mano nel segno dei chiodi e nel costato.

 E qual è la reazione di Gesù? La pazienza: Gesù non abbandona il testardo Tommaso nella sua incredulità; gli dona una settimana di tempo, non chiude la porta, attende. E Tommaso riconosce la propria povertà, la poca fede. «Mio Signore e mio Dio»: con questa invocazione semplice ma piena di fede risponde alla pazienza di Gesù. Si lascia avvolgere dalla misericordia divina, la vede davanti a sé, nelle ferite delle mani e dei piedi, nel costato aperto, e ritrova la fiducia: è un uomo nuovo, non più incredulo, ma credente. 

E ricordiamo anche Pietro: per tre volte rinnega Gesù proprio quando doveva essergli più vicino; e quando tocca il fondo incontra lo sguardo di Gesù che, con pazienza, senza parole gli dice: «Pietro, non avere paura della tua debolezza, confida in me»; e Pietro comprende, sente lo sguardo d’amore di Gesù e piange. Che bello è questo sguardo di Gesù – quanta tenerezza! Fratelli e sorelle, non perdiamo mai la fiducia nella misericordia paziente di Dio!

Pensiamo ai due discepoli di Emmaus: il volto triste, un camminare vuoto, senza speranza. Ma Gesù non li abbandona: percorre insieme la strada, e non solo! Con pazienza spiega le Scritture che si riferivano a Lui e si ferma a condividere con loro il pasto Pensiamo ai due discepoli di Emmaus: il volto triste, un camminare vuoto, senza speranza. Ma Gesù non li abbandona: percorre insieme la strada, e non solo! Con pazienza spiega le Scritture che si riferivano a Lui e si ferma a condividere con loro il pasto.. Questo è lo stile di Dio: non è impaziente come noi, che spesso vogliamo tutto e subito, anche con le persone. Dio è paziente con noi perché ci ama, e chi ama comprende, spera, dà fiducia, non abbandona, non taglia i ponti, sa perdonare. Ricordiamolo nella nostra vita di cristiani: Dio ci aspetta sempre, anche quando ci siamo allontanati! Lui non è mai lontano, e se torniamo a Lui, è pronto ad abbracciarci.

A me fa sempre una grande impressione rileggere la parabola del Padre misericordioso, mi fa impressione perché mi dà sempre una grande speranza. Pensate a quel figlio minore che era nella casa del Padre, era amato; eppure vuole la sua parte di eredità; se ne va via, spende tutto, arriva al livello più basso, più lontano dal Padre; e quando ha toccato il fondo, sente la nostalgia del calore della casa paterna e ritorna. E il Padre? Aveva dimenticato il figlio? No, mai.

Vorrei sottolineare un altro elemento: la pazienza di Dio deve trovare in noi il coraggio di ritornare a Lui, qualunque errore, qualunque peccato ci sia nella nostra vita. Gesù invita Tommaso a mettere la mano nelle sue piaghe delle mani e dei piedi e nella ferita del costato. Anche noi possiamo entrare nelle piaghe di Gesù, possiamo toccarlo realmente; e questo accade ogni volta che riceviamo con fede i Sacramenti.

Mariella: Il verbo "vedere" ricopre un ruolo importante in questo brano, infatti tutto ruota sulla gioia degli Apostoli di fronte all’apparizione del loro Signore, ma anche sull’incredulità di Tommaso, il quale, non avendo potuto vedere Gesù con i suoi occhi, non crede al racconto degli altri discepoli: "Vedere e credere"

La fede è un cammino non facile, un cammino faticoso, pieno di dubbi, di inquietudini, alcune volte di entusiasmi eccessivi che rischiano di mettere in crisi un’intera esistenza, quando del Risorto si cercano segni e prove, quando si basa la propria fede sui miracoli.

Credere è percepire che c’è un Altro che governa il mondo, di un Altro che è al di sopra di noi, del quale possiamo fidarci ed al quale possiamo affidare tutta la nostra vita. Per credere non è necessario vedere, basta saper scorgere la realtà con gli occhi del cuore! Per questo Gesù proclama  la beatitudine di coloro che credono senza aver visto, perché credendo, incominciano a vivere  con gli occhi nuovi della fede
Con la sua resurrezione, Cristo infatti trasforma tutta la nostra vita; la fede in Lui ci impegna a vivere da risorti, cioè da uomini nuovi, capaci di amare, come Lui ha amato, come lo stesso Padre ci ha amato, nel Figlio
Vivere da risorti in Cristo è vivere da uomini ricchi di misericordia, e di questo ci parlano, oggi, i testi della liturgia.  Non esiste, infatti, vero amore per Dio, se, da questo amore escludiamo un solo fratello, sia pure nemico.

Certamente può sembrare difficile mettere in pratica un amore così grande, ma Dio non ci lascia soli nelle nostre difficoltà ed incapacità, Egli ci ha lasciato il dono dello Spirito Santo.  Lo stesso Spirito che Gesù alitò sugli Apostoli lo stesso giorno della sua Resurrezione quando apparve ad essi con il suo corpo ormai glorificato e con i segni stessi della sa crocifissione.

Gesù appare ai suoi, con le mani del crocifisso, mani che portano il dono della pace, che è comunione indistruttibile con Dio; mani che portano il dono dello Spirito, il quale ci abilita a riamare Dio e ad amare ogni uomo  che proprio grazie alla forza dell'amore troverà la via che conduce alla Salvezza.

Ecco dunque che vivere da risorti è saper vedere i segni della presenza del Cristo, nostro Signore  e nostro Dio; riconoscere le piaghe che ancora affliggono gli uomini; le croci, che ancora uccidono in tante parti del mondo, e amare con gesti concreti di misericordia chi ne è portatore; cercando di operare sempre a favore della giustizia e della pace, affinché  ogni uomo sia liberato dall’oppressione, dalla schiavitù, dallo sfruttamento e dalla miseria.

Altro commento potete trovarlo nella pagina di Padre Augusto Drago

giovedì 26 marzo 2015

Settimana santa: Chi sono io davanti al mio Signore?




Domenica delle Palme: Anno B, 29 marzo 2015



Isaia 50,4-7
"Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso".



Per questa domenica in cui ricordiamo l’ingresso  trionfale di Gesù in Gerusalemme non commenteremo il brano del Vangelo di Marco, che narra la passione e morte di Gesù. La  domenica delle Palme introduce la settimana Santa, settimana di riflessione, di preghiera , di revisione della nostra vita per renderla conforme al volere e all’esempio di Gesù, per esplodere poi nel giorno della sua risurrezione nella gioia immensa di ringraziamento per la salvezza che ci è stata donata.
Proponiamo  due riflessioni  , la prima del Cardinal Carlo Maria Martini, la seconda di Papa Francesco, come aiuto alla nostra riflessione e come preparazione ad una bella confessione  sperando fortemente nella misericordia infinta di Dio Padre.


Come vivere la settimana Santa, del Card. Carlo Maria Martini

La benedizione delle palme, da cui questa domenica prende il nome, e la processione che ne è seguita vogliono evocare l'ingresso in Gerusalemme di Gesù e la folla che gli va incontro festosa e acclamante.

Forse la nostra processione appare un po' povera rispetto a ciò che dovrebbe rievocare. L'importante, tuttavia, non è prendere in mano le palme e gli ulivi e compiere qualche pas-so, ma esprimere la volontà di iniziare un cammino. Questa scena infatti, che vorrebbe essere di entusiasmo, non ha valore in sé: assume piuttosto il suo significato nell'insieme degli eventi successivi che culmineranno nella morte e nella risurrezione di Gesù. Contiene perciò una domanda che è anche un invito: vuoi tu muovere i passi entrando con Gesù a Gerusalemme fino al calvario? Vuoi vedere dove finiscono i passi del tuo Dio, vuoi essere con lui là dove lui è? Solo così sarà tua la gioia di Pasqua.

Entriamo dunque con la domenica delle Palme nella Settimana santa, chiamata anche "autentica" o "grande". Grande perché, come dice san Giovanni Crisostomo, «in essa si sono verificati per noi beni infallibili: si è conclusa la lunga guerra, è stata estinta la morte, cancellata la maledizione, rimossa ogni barriera, soppressa la schiavitù del peccato. In essa il Dio della pace ha pacificato ogni cosa, sia in cielo che in terra».
Sarà dunque una settimana nella quale pregheremo in particolare per la pace a Gerusalemme e ci interrogheremo pure sulle condizioni profonde per attuare una reale pace a Gerusalemme e nel resto del mondo.

La liturgia odierna è quindi un preludio alla Pasqua del Signore. L'entrata in Gerusalemme dà il via all'ora storica di Cristo, l'ora verso la quale tende tutta la sua vita, l'ora che è al centro della storia del mondo. Gesù stesso lo dirà poco dopo ai greci che, avendo saputo della sua presenza in città, chiedono di vederlo: «È venuta l'ora in cui sarà glorificato il Figlio dell'uomo» (Gv 12,23). Gloria che risplenderà quando dalla croce attirerà tutti a sé.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 159-160).

CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME
E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Pietro
XXIX Giornata Mondiale della Gioventù
Domenica, 13 aprile 2014

Chi sono io davanti al mio Signore?

 Questa settimana incomincia con la processione festosa con i rami di ulivo: tutto il popolo accoglie Gesù. I bambini, i ragazzi cantano, lodano Gesù.

Ma questa settimana va avanti nel mistero della morte di Gesù e della sua risurrezione. Abbiamo ascoltato la Passione del Signore. Ci farà bene farci soltanto una domanda: chi sono io? Chi sono io, davanti al mio Signore? Chi sono io, davanti a Gesù che entra in festa in Gerusalemme? Sono capace di esprimere la mia gioia, di lodarlo? O prendo distanza? Chi sono io, davanti a Gesù che soffre?

Abbiamo sentito tanti nomi, tanti nomi. Il gruppo dei dirigenti, alcuni sacerdoti, alcuni farisei, alcuni maestri della legge, che avevano deciso di ucciderlo. Aspettavano l’opportunità di prenderlo. Sono io come uno di loro?

Abbiamo sentito anche un altro nome: Giuda. 30 monete. Sono io come Giuda? Abbiamo sentito altri nomi: i discepoli che non capivano niente, che si addormentavano mentre il Signore soffriva. La mia vita è addormentata? O sono come i discepoli, che non capivano che cosa fosse tradire Gesù? Come quell’altro discepolo che voleva risolvere tutto con la spada: sono io come loro? Sono io come Giuda, che fa finta di amare e bacia il Maestro per consegnarlo, per tradirlo? Sono io, traditore? Sono io come quei dirigenti che di fretta fanno il tribunale e cercano falsi testimoni: sono io come loro? E quando faccio queste cose, se le faccio, credo che con questo salvo il popolo?
Sono io come Pilato? Quando vedo che la situazione è difficile, mi lavo le mani e non so assumere la mia responsabilità e lascio condannare – o condanno io – le persone?

Sono io come quella folla che non sapeva bene se era in una riunione religiosa, in un giudizio o in un circo, e sceglie Barabba? Per loro è lo stesso: era più divertente, per umiliare Gesù.
Sono io come i soldati che colpiscono il Signore, Gli sputano addosso, lo insultano, si divertono con l’umiliazione del Signore?
Sono io come il Cireneo che tornava dal lavoro, affaticato, ma ha avuto la buona volontà di aiutare il Signore a portare la croce?

Sono io come quelli che passavano davanti alla Croce e si facevano beffe di Gesù: “Era tanto coraggioso! Scenda dalla croce, a noi crederemo in Lui!”. Farsi beffe di Gesù…

Sono io come quelle donne coraggiose, e come la Mamma di Gesù, che erano lì, soffrivano in silenzio?
Sono io come Giuseppe, il discepolo nascosto, che porta il corpo di Gesù con amore, per dargli sepoltura?

Sono io come le due Marie che rimangono davanti al Sepolcro piangendo, pregando?

Sono io come quei capi che il giorno seguente sono andati da Pilato per dire: “Guarda che questo diceva che sarebbe risuscitato. Che non venga un altro inganno!”, e bloccano la vita, bloccano il sepolcro per difendere la dottrina, perché la vita non venga fuori?

Dov’è il mio cuore? A quale di queste persone io assomiglio? Che questa domanda ci accompagni durante tutta la settimana.


venerdì 6 marzo 2015

Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere



“Lo zelo per la tua casa mi divorerà”


 Terza domenica di quaresima: 8 marzo2014



Dal vangelo secondo Gv 2,13-25

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambia monete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”.
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».
Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome.
Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo


Mariella: Dopo il silenzio e le tentazioni del deserto e la luce del monte Tabor, la Parola della terza domenica di quaresima c’invita a riflettere sul Tempio, luogo santo di Dio.
Quello dei venditori del Tempio di Gerusalemme  è un racconto che viene riportato da tutti e quattro gli evangelisti, con la differenza, rispetto ai sinottici, che Giovanni lo colloca all'inizio del ministero di Gesù, forse a voler sottolineare una rottura totale con il mondo e le tradizioni giudaiche.
Per Gesù infatti, la festa ebraica era scaduta nel suo significato, passando dal ricordo della liberazione, ad un evento legato alla vendita di animali per il sacrifico, favorito dai sacerdoti principalmente interessati al guadagno che questo commercio comportava.
Di fronte allo spettacolo poco edificante del commercio di animali nel cortile del tempio, Gesù prepara una frusta di cordicelle e caccia fuori animali e venditori, rovesciando banchi e gettando a terra le monete.

Il suo è un gesto inatteso, ricordiamo che in Lui sono presenti tenerezza e dolcezza infinita, ma anche determinazione, forza e coraggio pari a quelle di un combattente sul campo di battaglia, quando si tratta di riportare alla coerenza ciò che dall’uomo è stato travisato.

In questo testo per la prima volta Gesù chiama Dio con il termine di Padre mio e quindi indirettamente si proclama suo Figlio. Se Dio è Padre allora il culto a lui dovuto non può consistere solo in sacrifici materiali, ma dovrà essere un culto spirituale e interiore da vivere nell'amore totale come si richiede verso un Padre che tutto ha donato.

Gesù non può dunque tollerare che la casa del Padre suo sia luogo di commerci, si arrabbia con chi propone un imbruttimento del volto di Dio, il culto che si deve al Padre è altra cosa e non permette compromessi o contraccambi. Nulla ha a che fare con guadagni o privilegi

Sa bene purtroppo che là dove si accettano anche solo piccoli commerci, piano piano si arriva a vendere e a comprare anche la vita di un uomo, così come avverrà per lui stesso da lì a poco, per trenta denari.  La sua è una vita tutta volta a compiere la volontà del Padre, sino alla fine e in questo senso il testo diventa anche un annuncio della passione e morte.

I giudei e i suoi avversari, chiedono un segno prodigioso a garanzia dell'autorità di Gesù.
Ma il segno proposto da Gesù si pone su di un piano completamente diverso: il suo non vuole essere un segno di potenza, ma un gesto profetico: Giovanni gioca intenzionalmente sull'ambiguità del verbo farò risorgere.
 Indicando la sua resurrezione afferma che avrebbe trasformato il vecchio tempio (di pietre) in uno nuovo segno inequivocabile della sua divinità. Il tempio si identifica così con il suo corpo; è il segno di Giona di cui parlano anche i sinottici.

Gesù, è dunque il luogo della presenza e della manifestazione di Dio in mezzo all'umanità, è il vero tempio ed il culto a Dio dovrà d'ora in poi fare riferimento alla sua persona.
Il segno del tempio che Gesù ha appena offerto, è un gesto che ci richiama all'autenticità del nostro rapporto con Dio.  Anche il nostro cuore è tempio che Dio vuole abitare, non facciamo dunque di questo cuore un mercato.

Dio non si compra e non si vende, Egli non è un funzionario da corrompere o un venditore da tener buono con una abbondante donazione. Con Dio, insomma, non si può mercanteggiare, la fede non si baratta con nulla al mondo, la fede non scende a compromessi e non cede a ricatti, sono valori sacri ed intoccabili, incorruttibili nel tempo.


Spesso anche la vita diventa un mercato, essa viene ridotta ad una sorta di compravendita, così che nulla è fatto gratuitamente. Tutto si fa per interesse, quel che conta è il guadagno a qualunque prezzo e con questa prospettiva si coltivano erbe velenose che sono l’arroganza, l'insaziabilità, l’egoismo, l’invidia che rendono la vita più amara per tutti. Per l’avidità umana tutto si può comprare.

Gesù oggi entra nella nostra vita,  e vuole rovesciare  i falsi valori che nel tempo ci siamo coltivati, manda all'aria le bancarelle dei nostri interessi meschini e riafferma il valore primario ed assoluto di Dio: tutto questo, se lo vogliamo.
È lo zelo che il Signore ha per ognuno di noi, per il nostro cuore, per la nostra vita perché ognuno di noi possa finalmente aprirsi ad accogliere Dio! Lasciamoci cambiare il cuore dal Vangelo e troveremo la via della felicità e della resurrezione.

Enzo:Abbiamo commentato questo brano di Giovanni per la domenica del cinque novembre del 2014 in occasione della festa della dedicazione della Basilica lateranense in Roma.
Molte cose ancora potremmo aggiungere ma ci sarà ancora occasione di tornarci sopra.
In questa occasione vorrei attualizzare questo brano con parole di Papa Francesco con l’intenzione di scoprire insieme i trafficanti cristiani e non, del mondo in cui viviamo. Papa Francesco assimila il Tempio, casa di preghiera, al popolo di Dio, semplice e fedele che andava al Tempio per Dio. La profanazione è ritenuta uno scandalo: profanazione di quello che è di Dio e profanazione dell’uomo giusto.. Facendo poi mente locale cerchiamo di scoprire quali scandali esistevano ai tempi di Gesù e quali quelli dei nostri giorni a tutto campo, religioso e sociale.



  Quello di Gesù – ha spiegato il Papa - è un gesto di purificazione: “il Tempio era stato profanato” e con il Tempio, il popolo di Dio. Profanato con il peccato tanto grave che è lo scandalo”.
 
“La gente è buona – osserva il Papa - la gente andava al Tempio, non guardava queste cose; cercava Dio, pregava … ma doveva cambiare le monete per fare le offerte”. Il popolo di Dio andava al Tempio non per questa gente, per quelli che vendevano, ma andava al Tempio per Dioe “lì c’era la corruzione che scandalizzava il popolo”. 

Il Papa ricorda l’episodio biblico di Anna, donna umile, mamma di Samuele, che va al Tempio per chiedere la grazia di un figlio: “bisbigliava in silenzio le sue preghiere”, mentre il sacerdote e i suoi due figli erano corrotti, sfruttavano i pellegrini, scandalizzavano il popolo. “Io penso allo scandalo che possiamo fare alla gente con il nostro atteggiamento – sottolinea Papa Francesco - con le nostre abitudini non sacerdotali nel Tempio: lo scandalo del commercio, lo scandalo delle mondanità … Quante volte vediamo che entrando in una chiesa, ancora oggi, c’è lì la lista dei prezzi” per il battesimo, la benedizione, le intenzioni per la Messa. “E il popolo si scandalizza”.

“Una volta, appena sacerdote, io ero con un gruppo di universitari, e voleva sposarsi una coppia di fidanzati. Erano andati in una parrocchia: ma, volevano farlo con la Messa. E lì, il segretario parrocchiale ha detto: ‘No, no: non si può’ – ‘Ma perché non si può con la Messa? Se il Concilio raccomanda di farlo sempre con la Messa …’ – ‘No, non si può, perché più di 20 minuti non si può’ – ‘Ma perché?’ – ‘Perché ci sono altri turni’ – ‘Ma, noi vogliamo la Messa!’ – ‘Ma pagate due turni!’. E per sposarsi con la Messa hanno dovuto pagare due turni. Questo è peccato di scandalo”.

Il Papa aggiunge: “Noi sappiamo quello che dice Gesù a quelli che sono causa di scandalo: ‘Meglio essere buttati nel mare’”:
"Quando quelli che sono nel Tempio – siano sacerdoti, laici, segretari, ma che hanno da gestire nel Tempio la pastorale del Tempio – divengono affaristi, il popolo si scandalizza. E noi siamo responsabili di questo. 

Anche i laici, eh? Tutti. Perché se io vedo che nella mia parrocchia si fa questo, devo avere il coraggio di dirlo in faccia al parroco. E la gente soffre quello scandalo. E’ curioso: il popolo di Dio sa perdonare i suoi preti, quando hanno una debolezza, scivolano su un peccato … sa perdonare. Ma ci sono due cose che il popolo di Dio non può perdonare: un prete attaccato ai soldi e un prete che maltratta la gente. Non ce la fa a perdonare! E lo scandalo, quando il Tempio, la Casa di Dio, diventa una casa di affari, come quel matrimonio: si affittava la chiesa”.

Gesù “non è arrabbiato” – spiega il Papa – “è l’Ira di Dio, è lo zelo per la Casa di Dio” perché non si possono servire due padroni: “o rendi il culto a Dio vivente, o rendi il culto ai soldi, al denaro”:
“Ma perché Gesù ce l’ha con i soldi, ce l’ha con il denaro? 

Perché la redenzione è gratuita; la gratuità di Dio Lui viene a portarci la gratuità totale dell’amore di Dio. E quando la Chiesa o le chiese diventano affariste, si dice che … eh, non è tanto gratuita, la salvezza … E’ per questo che Gesù prende la frusta in mano per fare questo rito di purificazione nel Tempio”.

“Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. 


Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché 

conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno

 desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti 

conosceva quello che c’è nell’uomo”.

 Enzo: Viene da chiedersi: e di noi cosa ne pensa Gesù?
 
Ancora una citazione di Papa Francesco tratta dal suo discorso ai rappresentati della confederazione delle cooperative italiane:


Non è facile parlare di denaro. Diceva Basilio di Cesarea, Padre della Chiesa del IV secolo, ripreso poi da san Francesco d’Assisi, che “il denaro è lo sterco del diavolo”. Lo ripete ora anche il Papa: “il denaro è lo sterco del diavolo”!
Quando il denaro diventa un idolo, comanda le scelte dell’uomo. E allora rovina l’uomo e lo condanna, lo rende un servo. Il denaro a servizio della vita può essere gestito nel modo giusto dalla cooperativa: una cooperativa sarà autentica e vera se in essa  non comanda il capitale sugli uomini ma gli uomini sul capitale.






mercoledì 17 dicembre 2014

lunedì 16 giugno 2014

Santissima Trinità : papa Francesco e don Tonino Bello





Oggi è la Domenica della Santissima Trinità
di Papa Francesco

La luce del tempo pasquale e della Pentecoste rinnova ogni anno in noi la gioia e lo stupore della fede: riconosciamo che Dio non è qualcosa di vago, il nostro Dio non è un Dio “spray”, è concreto, non è un astratto, ma ha un nome: «Dio è amore».

Non è un amore sentimentale, emotivo, ma l’amore del Padre che è all’origine di ogni vita, l’amore del Figlio che muore sulla croce e risorge, l’amore dello Spirito che rinnova l’uomo e il mondo. Pensare che Dio è amore ci fa tanto bene, perché ci insegna ad amare, a donarci agli altri come Gesù si è donato a noi, e cammina con noi. Gesù cammina con noi nella strada della vita.

La Santissima Trinità non è il prodotto di ragionamenti umani; è il volto con cui Dio stesso si è rivelato, non dall’alto di una cattedra, ma camminando con l’umanità. E’ proprio Gesù che ci ha rivelato il Padre e che ci ha promesso lo Spirito Santo. Dio ha camminato con il suo popolo nella storia del popolo d’Israele e Gesù ha camminato sempre con noi e ci ha promesso lo Spirito Santo che è fuoco, che ci insegna tutto quello che noi non sappiamo, che dentro di noi ci guida, ci dà delle buone idee e delle buone ispirazioni.

Oggi lodiamo Dio non per un particolare mistero, ma per Lui stesso, «per la sua gloria immensa», come dice l’inno liturgico. Lo lodiamo e lo ringraziamo perché è Amore, e perché ci chiama ad entrare nell’abbraccio della sua comunione, che è la vita eterna.

Affidiamo la nostra lode alle mani della Vergine Maria. Lei, la più umile tra le creature, grazie a Cristo è già arrivata alla meta del pellegrinaggio terreno: è già nella gloria della Trinità. Per questo Maria nostra Madre, la Madonna, risplende per noi come segno di sicura speranza.
E’ la Madre della speranza; nel nostro cammino, nella nostra strada, Lei è la Madre della speranza. E’ la Madre anche che ci consola, la Madre della consolazione e la Madre che ci accompagna nel cammino. Adesso preghiamo la Madonna tutti insieme, a nostra Madre che ci accompagna nel cammino.

(PAPA FRANCESCO, Angelus, Piazza San Pietro, Solennità della Santissima Trinità, Domenica, 26 maggio 2013)

La Santissima Trinità,  di don Tonino Bello


Il Signore benedica tutti i vostri progetti, miei cari fratelli. Il Signore vi dia la gioia di vivere anche l'esperienza parrocchiale in termini di famiglia. Prendiamo come modello la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito che si amano, in cui la luce gira dall'uno all'altro, l'amore, la vita, il sangue è sempre lo stesso rigeneratore dal Padre al Figlio allo Spirito, e si vogliono bene.

Il Padre il Figlio e lo Spirito hanno spezzato questo circuito un giorno e hanno voluto inserire pure noi, fratelli di Gesù. Tutti quanti noi.
Quindi invece che tre lampade, ci siamo tutti quanti noi in questo circuito per cui e la parrocchia e le vostre famiglie prendano a modello la Santissima Trinità.

Difatti la vostra famiglia dovrebbe essere l'icona della Trinità. La parrocchia, la chiesa dovrebbe essere l'icona della Trinità.
Signore, fammi finire di parlare, ma soprattutto configgi nella mente di tutti questi miei fratelli il bisogno di vivere questa esperienza grande, unica che adesso stiamo sperimentando in modo frammentario, diviso, doloroso, quello della comunione, perché la comunione reca dolore anche, tant'è che quando si spezza, tu ne soffri.

Quando si rompe un'amicizia, si piange. Quando si rompe una famiglia, ci sono i segni della distruzione.
La comunione adesso è dolorosa, è costosa, è faticosa anche quella più bella, anche quella fra madre e figlio; è contaminata dalla sofferenza. Un giorno, Signore, questa comunione la vivremo in pienezza. Saremo tutt'uno con te.

Ti preghiamo, Signore, su questa terra così arida, fa' che tutti noi possiamo già spargere la semente di quella comunione irreversibile, che un giorno vivremo con te.
(Don Tonino Bello)