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venerdì 2 maggio 2014

Domenica terza di Pasqua: andiamo tutti verso Emmaus






Domenica terza di Pasqua 4 maggio 2014



Dal vangelo secondo Luca 24, 13-35

“Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?».
Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a
Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.
Ma egli sparì dalla loro vista.
Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme , dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!».
Ed essi narravano ciò che era accaduto la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”.    

Parola del Signore!                       


Mariella: Siamo sempre nella giornata della domenica di Resurrezione, l'evento della passione e morte di Gesù aveva sconvolto tutti, a cominciare da chi l'aveva seguito.  Per alcuni di essi era la fine di un incubo, si erano finalmente liberati da una voce scomoda che metteva in crisi la loro coscienza.
Per altri, invece, quelli che Lo amavano, i discepoli e tanti altri che lo avevano seguito con fiducia e speranza, la Sua morte era stata il giorno del dolore più angosciante.
La morte di Gesù era stata la morte della speranza in Qualcuno che credevano non potesse 'sparire', ma che avevano percepito come il vero ed unico Maestro.

"Due discepoli - racconta l'evangelista Luca - in quello stesso giorno della settimana, erano in cammino verso un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus e conversavano di tutto quello che era accaduto.” E’ il racconto di due discepoli smarriti, come spesso siamo noi, ma a cui sono giunte voci di qualcosa da loro ritenuto impossibile: la resurrezione. Lasciano Gerusalemme, delusi e amareggiati.
 “Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”.

Come ai due discepoli di Emmaus, Cristo si fa vicino a ciascuno di noi. Ci incontra nella nostra vicenda quotidiana di viandanti della vita e si unisce al nostro cammino, ovunque andiamo.
Egli non si allontana da noi anche se noi spesso ci allontaniamo da lui. E' venuto per cercare e salvare ciò che era perduto
Gesù si manifesta ai discepoli conducendoli per mano nella conoscenza delle Scritture e aprendo loro gli occhi alla conoscenza della sua identità e deve essere stato un discorso, quello di Gesù, da affascinare i cuori e chiarire le menti sulla missione ricevuta dal Padre

Il racconto di Luca prosegue dicendo che "quando furono vicini al villaggio egli fece come se dovesse andare più lontano": egli che ormai si è "fatto vicino", fa "come se" dovesse allontanarsi, ma ormai è acceso nel loro cuore il desiderio di lui, della sua presenza.

"Resta con noi!"Quante volte questa preghiera sale spontanea anche alle nostre labbra, quando ci sentiamo soli o smarriti! "
I discepoli esprimono la preghiera più bella che mai sia stata rivolta al Signore. Si fa sera. Già era sera nel loro cuore. Ma un raggio di luce aveva squarciato quella loro notte!

 Volentieri Gesù accoglie l'invito. Si prepara la mensa. Ed ecco il grande miracolo: “Lo riconobbero allo spezzare del Pane!" Improvvisamente il ricordo dell'ultima cena si fa prossimo: capiscono, comprendono, si rendono conto del perché il loro cuore ardeva durante il cammino!

Gesù ha compiuto tre gesti: prende il pane, lo benedice, e lo spezza. Sono i gesti dell'Ultima cena. I gesti dell'Eucaristia! E subito i loro occhi si aprirono.
:  Ma Gesù ormai fisicamente non c'è più! Di lui rimane solo il profumo della sua presenza, la Parola ed il Pane!

 Chi di noi non si è ritrovato, un giorno, sulla strada di Emmaus, col cuore colmo di interrogativi e di dubbi?
Quanto bisogno abbiamo anche noi che il Signore ci prenda per mano, ci spieghi le scritture e si faccia riconoscere nel gesto di spezzare il Pane!
Quanto bisogno abbiamo anche noi di poter credere nella Resurrezione mentre invece molte volte il nostro cuore non osa sperare in una vita oltre la vita?
Eppure, se non ci fosse la certezza che anche noi un giorno risorgeremo, sperando nella Gloria del Cielo, che senso avrebbe nascere e vivere? Lottare e soffrire?


  Enzo: I due discepoli di Emmaus, erano presenti all’ultima cena di Gesù? L’evangelista Luca con la frase “spezzò il pane” aveva sicuramente in mente l’Eucaristia: in questo incontro vuole rilevare che Gesù, ormai risorto e vivo, si dona ai due nella condivisione del pane , scelto da Lui  come segno del dono di se stesso all’uomo, da quel momento nell’ultima cena a tutti gli uomini. Quel gesto, anche se riconosciuto come descritto volutamente da Luca, è stato sicuramente ispirato dallo Spirito Santo, perché abbinato alla risurrezione di Gesù rimane come centro della Nuova Pasqua, nutrimento vitale per i discepoli del Redentore, memoria della sua passione, morte e risurrezione.

Gesù mostrò una via ai due discepoli mentre camminavano insieme verso Emmaus: “«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».

 Le spiegazioni  che poi Gesù diede avvallano l’importanza della conoscenza delle Scritture, ma non furono sufficienti per essere riconosciuto da Cleopa e il suo compagno: forse udivano le parole senza ascoltare…
Quanto simili siamo noi a quei due discepoli? Cosa e quanto conosciamo le Scritture del prima e del dopo Gesù? L’infinito di Dio è un mistero, ma le parole e le opere di Gesù sono vere, parlano direttamente, devono alimentare la nostra fede, farci crescere nell’Amore o rimarremo sempre dei cristiani mediocri.

Ma Gesù oltre a conoscere profondamente le Scritture è anche Buon Maestro per chi sa ascoltarlo (sinonimo di fare), e seguirlo, non lascia mai chi è nel dubbio, chi è nella tristezza o senza speranza, dà sempre uno spiraglio a tutti coloro che lo incontrano per incominciare a fare un cammino spirituale per Lui e con Lui. A tutti chiede “ Tu credi in me?”, è il punto di partenza; ad altri “sèguimi”.

Gesù si fa incontrare nelle Scritture , nella Croce, si fa riconoscere nella sua storia, sì perché per noi si fece uomo entrando nella storia di ognuno di noi. Ascoltare Gesù è incontrarlo e fare ciò che Lui vuole da noi, anche mangiare il suo corpo e bere il suo sangue,  dati a noi per unirci totalmente a Lui

Non possiamo fare a meno di queste quattro parole: Scritture, croce, storia, Eucaristia. Nella storia di Gesù  si aprono gli occhi ai due discepoli, e nel momento il più importante della vita di Gesù: il dono del suo corpo per la nostra salvezza  e per la sua presenza in  noi in tutti i tempi.  Nello spezzare il pane, quel pane che per duemila anni i discepoli di Gesù continuiamo a spezzare e mangiare come alimento del corpo e dello spirito, alimento di vita eterna.  

Non arde forse anche il nostro cuore quando ci dedichiamo all’ascolto della Parola e nello spezzare il pane assieme ai fratelli sapendo e credendo che così facendo Lui è con noi? Sì, Lui è sempre con noi e quando entriamo nel buio della notte, ricordiamo di cercarlo nella nostra storia, che lui conosce e che forse noi spesso disattendiamo. Storia dell’uomo e storia di Dio vanno di pari passo unite da un amore infinito. Questa scoperta illuminerà sempre i nostri passi.

Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme , dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro…per annunciare che avevano incontrato Gesù vivo, risorto. Una buona notizia, se penetra nel cuore, non può rimanere nascosta, diventa messaggio e gioia condivisa. Ricordiamo le parabole di Gesù: tesoro nascosto, perla ritrovata, rete da pesca, la pecorella smarrita…  
A Gerusalemme  quella forte esperienza di fede riceve la conferma dalla comunità nascente:  “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. La Chiesa nascente, in attesa dell’Spirito Santo promesso, ora attende con fiducia i nuovi eventi.

Conoscere Gesù diventa uno stare con Lui e con i fratelli per intraprendere un nuovo cammino: un cammino di fede, di speranza, di gioia. Lasciare la vecchia strada per una nuova. Quanto importante diventa la testimonianza!  La testimonianza diventerà un’ opera contagiosa per la città degli uomini e la loro storia.

Mariella: Potremmo definire questo brano evangelico come il cammino dell'uomo alla ricerca di se stesso.
In fondo questi due discepoli ci rappresentano molto bene quando ci sentiamo smarriti e non sappiamo più continuare il cammino della vita, né riconosciamo più la nostra vera meta, quando la notte del dubbio e dell'incredulità bussa al nostro cuore e ci costringe a chiuderci nella delusione e nella paura.
Anche noi non sappiamo riconoscere il Signore che ci cammina accanto e ci afferra per mano, i nostri occhi non vedono la sua presenza e tutta la nostra quotidianità ci appare vuota e senza senso.

Abbiamo bisogno di uscire dalla tristezza che appartiene alla nostra condizione umana e non allarga l'orizzonte verso l'infinito a cui siamo diretti.


Resta con noi Signore perché si fa sera! Abbiamo bisogno della tua Luce
                    della sicurezza che viene dalla tua Parola che guida il nostro cammino;
                                 abbiamo bisogno di quel Pane che ci nutre
                      e ci fortifica per riuscire a camminare sulla via della santità.
                                      Anche il nostro cuore arde al solo pensiero
                                              che Tu possa camminarci accanto
                  e svelarci i misteri che noi non riusciamo a percepire con la nostra poca fede!
                                       Resta con noi Signore e non avremo paura!

giovedì 24 aprile 2014

Non ho messo, come Tommaso, le mie dita nel posto dei chiodi, né la mia mano nel tuo costato, ma io credo!



«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Domenica in Albis, seconda domenica di Pasqua 27 aprile 2014
 
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno

perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».


Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».


Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».

Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu

hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Parola del Signore!

Mariella: Gli Apostoli se ne stavano chiusi nel Cenacolo per paura. Paura di perdere la loro vita e la loro tranquillità, paura di essere rimasti orfani del Maestro, senza più guida e sostegno.

Erano tristi e rassegnati, tanto da dubitare perfino delle donne che recatesi al sepolcro e avendolo trovato vuoto, avevano annunciato loro la resurrezione di Gesù.


Ma Gesù li rassicura e li incoraggia ad affrontare la missione:  “Pace a voi”

Al vedere il Signore - scrive Giovanni - i discepoli gioirono e furono ripieni di Spirito Santo. Furono trasformati profondamente come da una nuova e irresistibile energia interiore. Non erano più come prima, ora lo Spirito Santo operava in loro e ad essi era dato il potere di perdonare i peccati.  La loro gioia era grande, subito lo riferirono a Tommaso: "Abbiamo visto il Signore!"


Ma Tommaso non volle credere alle loro parole: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò". È il dubbio di un uomo aperto a Dio ma con orizzonti molto limitati.

Per lui esiste solo ciò che vede e tocca. Potremmo dire che è l'atteggiamento dell'uomo esteriore, che non crede a quello che non riesce a toccare, a ciò che è lontano da sé e dal proprio interesse.


Otto giorni dopo la Pasqua, Gesù ritorna in mezzo ai discepoli. Questa volta c'è anche Tommaso. Gesù, dopo aver ripetuto il saluto di pace, invita Tommaso a toccare le sue ferite.

In verità è Gesù che tocca il cuore incredulo del discepolo chiamandolo per nome ed invitandolo: "non essere incredulo, ma credente". Queste parole piene di affetto e di tenero rimprovero fanno cadere in ginocchio Tommaso: non ha più avuto bisogno di toccare, perché è stato toccato lui stesso nel cuore dall'amore misericordioso del suo Signore.


L'episodio dell'apostolo Tommaso, c'invita a riflettere sulla nostra fede e su quella di tante persone che vivono sia all'esterno che all'interno delle parrocchie o dei nostri gruppi. Molti di noi per credere pretendono delle prove, vorrebbero "toccare con mano" per sapere veramente se Gesù è Figlio di Dio, morto e risorto per la nostra salvezza.


L'agire di Tommaso ci fa riflettere su due aspetti fondamentali della fede. Il primo è che ogni vera esperienza di fede non può che essere vissuta se non in prima persona,

Nessuno può sostituirti, nessuno può credere al posto tuo, devi essere tu ad incontrare il Signore, a voler fare esperienza della sua presenza, fino a giungere al momento di poter esclamare come Tommaso:  “Mio Signore e mio Dio”  e quindi a decidere di mettere tutta la tua vita nelle sue mani.


L'altro aspetto è che la fede deve essere comunicata nel modo più credibile possibile. Chiediamoci come mai Tommaso abbia avuto difficoltà a credere che Gesù fosse veramente vivo.

La sua incredulità sarà frutto solo della sua volontà o anche dall'incapacità degli altri discepoli di sapergli trasmettere la gioia nell'aver incontrato il Maestro e aver ricevuto il dono dello Spirito?

Forse si saranno limitati a raccontare la loro esperienza solo a voce e non con il cuore, come capita a tanti cristiani dentro alle nostre comunità che testimoniano Gesù  senza entusiasmo, senza gioia, senza quel coinvolgimento che non lascia dubbi sulla loro fede?


La Chiesa dovrebbe essere il luogo in cui la narrazione del Vangelo non viene raccontata come una bella favola, ma come una storia, un vissuto che continua a vivere ancora oggi nei suoi testimoni viventi, che ricevendo il dono della pace da Dio, la sanno vivere e far crescere, e con la forza del dono dello Spirito sanno essere strumenti di amore, di misericordia, di carità.

Se viene meno questo aspetto essenziale, se manca l'attenzione verso i fratelli specie i più bisognosi, se non riusciamo a scorgere nei poveri il volto di Cristo, ecco allora neppure noi potremo essere convincenti e coinvolgenti

Infatti, è necessario mettere le mani nei tanti corpi feriti, malati e indeboliti che noi incontriamo, se si vuole incontrare il Signore risorto.


Enzo: Due momenti, due apparizioni di Gesù risorto per portare fede, pace e gioia ai suoi discepoli e donare lo Spirito Santo.

Fede in Lui risorto: sappiamo che senza risurrezione vana sarebbe la nostra fede. Gesù mostra le mani e il fianco trafitti come per dire come altre volte: Sono io, non temete.

Porta la pace, dono messianico per eccellenza, frutto dei suoi comandamenti e della vittoria riportata sulla morte;

porta la gioia ai suoi che fino a qual momento erano avvolti nella tristezza e nella delusione, gioia per tutti coloro che crederanno in Lui affinché nessuno dei suoi discepoli viva nella tristezza.


Non meno importante, Gesù dona lo Spirito Santo dopo il mandato apostolico e li assimila alla sua missione: “come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. Riappare il “soffio”, rievocazione della creazione dell’uomo da parte del Padre, adesso soffio di santificazione per i suoi apostoli col mandato di perdonare i peccati: ricevono così l’abilitazione all’insegnamento, all’annuncio del Vangelo a tutte le genti, il potere della misericordia di Dio.


Lo Spirito Santo scenderà sugli apostoli il giorno della Pentecoste, li renderà forti fino alla morte a causa del vangelo: la Pentecoste darà inizio, alla grande, alla missione universale degli apostoli.


Toccherà al discepolo Tommaso insaccare il rimprovero di Gesù, rimprovero anche per coloro, forse anche noi, che non ci contentiamo di ascoltare per credere e poi operare, ma spesso chiediamo dei segni, dei miracoli… incapaci di donarci completamente e nutrire la speranza . Ma, ”Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.


Nel suo messaggio Urbi et Orbi della Pasqua del 2007 Benedetto XVI proponeva una riflessione tanto intensa quanto attuale:

«Ciascuno di noi può essere tentato dall’incredulità di Tommaso. Il dolore, il male, le ingiustizie, la morte, specialmente quando colpiscono gli innocenti - ad esempio, i bambini vittime della guerra e del terrorismo, delle malattie e della fame - non mettono forse a dura prova la nostra fede? Eppure paradossalmente, proprio in questi casi, l’incredulità di Tommaso ci è utile e preziosa, perché ci aiuta a purificare ogni falsa concezione di Dio e ci conduce a scoprirne il volto autentico: il volto di un Dio che, in Cristo, si è caricato delle piaghe dell’umanità ferita.


 Tommaso ha ricevuto dal Signore e, a sua volta, ha trasmesso alla Chiesa il dono di una fede provata dalla passione e morte di Gesù e confermata dall’incontro con Lui risorto. Una fede che era quasi morta ed è rinata grazie al contatto con le piaghe di Cristo, con le ferite che il Risorto non ha nascosto, ma ha mostrato e continua a indicarci nelle pene e nelle sofferenze di ogni essere umano.


“Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,24), è questo l’annuncio che Pietro rivolgeva ai primi convertiti. Quelle piaghe, che per Tommaso erano dapprima un ostacolo alla fede, perché segni dell’apparente fallimento di Gesù; quelle stesse piaghe sono diventate, nell’incontro con il Risorto, prove di un amore vittorioso. Queste piaghe che Cristo ha contratto per amore nostro ci aiutano a capire chi è Dio e a ripetere anche noi: “Mio Signore e mio Dio”. Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede». 

Queste cose furono scritte perché anche noi credessimo, gioissimo nella pace senza aver visto i segni che Gesù fece in mezzo ai suoi e alle folle.

Come in punta di piedi Gesù “venne a porte chiuse” per ben due volte: il suo corpo glorificato non è più soggetto ai tempi e i modi della vita umana. Egli è sempre con noi. 
Crediamo e professiamo questo?

Padre Augusto:"Perché hai visto, hai creduto, Tommaso! Beati quelli che credono senza aver visto!" Fratello, sorella, chiunque tu sia, queste parole che Gesù dice all'incredulo tommaso, sono rivolte anche a noi tutti. Credere è vedere con gli occhi del cuore, di un cuore che ama! La vista del cuore si chiama Amore! Ama e vedrai quello che con gli occhi della carne non riesci a vedere!



Tu sai Tommaso…

Pure per noi sia Pasqua, Signore:

vieni ed entra nei nostri cenacoli,

abbiamo tutti e di tutto paura,

paura di credere, paura a non credere...




Paura di essere liberi e grandi!

Vieni ed abbatti le porte dei cuori,

le diffidenze, i molti sospetti:

tutti cintati in antichi steccati!



Entra e ripeti ancora il saluto:

«Pace a tutti», perché sei risorto;

e più nessuno ti fermi: tu libero

di apparire a chi vuoi e ti crede!



Torna e alita ancora il tuo spirito

come il Padre alitò su Adamo:

e dal peccato sia sciolta la terra,

che tutti vedono in noi il Risorto.



Credere senza l'orgoglio di credere,

credere senza vedere e toccare!...

Tu sai, Tommaso, il dramma degli atei,

tu il più difficile a dirsi beato!
(D. M. Turoldo)

                                                                                              Ma io credo!

Signore, non ho visto,

come Pietro e Giovanni,

le bende per terra e il sudario

che ricopriva il tuo volto,

ma io credo!

Non ho visto la tua tomba vuota,

ma io credo!

Non ho messo, come Tommaso,

le mie dita nel posto dei chiodi,

né la mia mano nel tuo costato,

ma io credo!

Non ho condiviso il pane con te

nel villaggio di Emmaus,

ma io credo!

Non ho partecipato alla pesca miracolosa

sul lago di Tiberiade,

ma io credo!

Sono contento, Signore,

di non avere visto,

perché io credo!


(Credo Signore! Professioni di fede per ragazzi e giovani, Leumann, Elle Di Ci, 2001, 52).
Riportato da Catechista 2.0


La fede nei segni della Risurrezione




Pasqua non è passata: continua...

Seconda domenica di Pasqua, in Albis 27 aprile 2014


Questa settimana proponiamo due post nel nostro blog: quello di oggi è di Padre Augusto Drago, che già tutti abbiamo conosciuto attraverso i suoi commenti; il secondo invece come al solito è frutto della nostra riflessione del mercoledì sera. Speriamo di fare cosa gradita a chi ci legge ogni settimana per la maggior gloria di Dio e per la nostra e vostra edificazione.

Commento al vangelo di Giovanni 20,19-31 di Padre Augusto Drago

Pasqua non è passata! Continua. Essa entra nella storia di tutti i tempi, nella nostra storia, anche quella personale.  La seconda domenica di Pasqua celebra anche la festa della Misericordia, voluta dal Papa Giovanni Paolo II, di cui domenica la Chiesa dichiarerà la santità davanti a tutto il mondo. Dobbiamo capire, nel corso della nostra riflessione, perché il Santo Padre Giovanni Paoli II scelse questa domenica per celebrare la misericordia divina.  Certo, fu spinto dalle rivelazioni di suor Faustina: ma oltre alle rivelazioni della santa, c'è nel testo del vangelo la ragione teologica. E la vedremo.

Il tema dominante di questa Domenica è la fede nei segni della Resurrezione. Per questo predomina il verbo "vedere"     Come fu per gli apostoli e poi per l'incredulo Tommaso, si arriva alla fede per mezzo di un vedere "fisico".     Ma c'è una fede più vera e più profonda, che è di quelli che hanno creduto senza vedere, non con gli occhi materiali, ma con gli occhi del cuore, quegli occhi che scrutano il mistero di Dio e se ne lasciano affascinare.

"Il primo giorno della settimana": siamo nello stesso giorno in cui Gesù è apparso alla Maddalena. Domenica scorsa, la prima domenica del mondo, si parlava di lei: "il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro”...così iniziava il Vangelo domenica scorsa il giorno di Pasqua. Si può allora pensare,  in maniera toccante, che la liturgia ci fa comprendere che l'evento di Pasqua continua a tutti gli effetti con l'ottava di Pasqua e, a seguire, con tutto il tempo di Pasqua.

Se andate ora a guardare quale vangelo si leggerà il giorno di Pentecoste, vi accorgerete che è lo stesso della prima parte del Vangelo di domani. E' come dire che da Pasqua a Pentecoste sfavilla un grande arcobaleno liturgico che segna un unico grande giorno:  "Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso" (Salmo 118).

Questa unità temporale ora sarà messa in rilievo in maniera molto chiara al versetto 26 del nostro brano:Otto giorni dopo...E qui abbiamo l'evento della conversione di Tommaso. Un unico medesimo incontro con il Signore risorto, quello che va da Maria di Magdala ai discepoli, e dai discepoli a Tommaso, a chi è stato battezzato la Notte di Pasqua, e noi tutti , di ieri, oggi e domani!

Gesù è Vivo ed "appare" sempre nei suoi sacramenti pasquali, soprattutto il battesimo e l'Eucaristia. Questo è reso evidente dallo stesso modo con cui Gesù si incontra con i discepoli, poi con Tommaso, dal ripetersi delle stesse identiche parole. (Vedere i versetti 19 e 26)  "Essendo chiuse le porte....venne Gesù e stette in mezzo a loro".  "E disse: Pace a voi"           Quale pace? Gesù lo aveva già detto precedentemente ai suoi discepoli ed apostoli: "Vi lascio la pace, vi do’ la mia pace. Non come la dona il mondo io la dono a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore" (Giovanni 14,27). La Pace di Gesù non è come quella del mondo. E' la "sua Pace": quella che è la sintesi di tutti i beni messianici: la salvezza, la guarigione, i doni dei sacramenti, il dono grandissimo della Parola... Il mondo dona invece una falsa pace: infatti la pace degli uomini, spesso serve a preparare un'altra guerra!

Gesù entra a porte chiuse.   A parte l'incorporeità del nuovo modo di essere di Gesù, l'entrare a porte chiuse, significa che Gesù penetra e vuole di fatto penetrare nei cuori più chiusi, più raggomitolati in se stessi. Egli entra anche se noi teniamo le porte del nostro essere più profondo ben chiuse. Il punto è poi quello di saperlo accogliere. Il testo ci dice che i discepoli gioirono nel vedere il Signore. Egli infatti si era collocato nel centro della stanza del cenacolo.    Ecco dunque: occorre che quando entra nei nostri cuori e ci viene a visitare, senza che noi lo avessimo invitato, lo accogliamo e gli permettiamo di collocarsi al centro vitale della nostra vita!

I discepoli gioirono! Oh! Come vorrei, fratelli carissimi che anche noi potessimo gioire, ogni uomo sulla terra potesse gioire, collocando il Cristo risorto al centro della propria esistenza.   Come tutto sarebbe radicalmente diverso!            
La gioia! Gesù l'aveva già promessa: Voi gioirete al vedermi! (16,22).       Questa gioia era stata già promessa nell'Antico Testamento: "Abramo, vostro Padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno: lo vide e fu pieno di Gioia" Così disse Gesù parlando di Abramo in Giovanni 8,56.     

Ma la promessa più grande che ora si compie è il dono dello Spirito Santo.   Gesù ripete gli stessi gesti che aveva compiuto il Signore quando creò l'uomo in Genesi 2,7: Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo, soffiò nelle sue narici un respiro di vita  e l'uomo divenne un essere vivente".    Soffio, Spirito e vita: questi tre elementi li troviamo sempre là dove il Signore infonde vita e calore in tutte le cose.   Comprendiamo allora che il medesimo Spirito che aveva dato vita ad Adamo ora ha ridato la vita a Cristo Gesù il quale, sempre per mezzo del medesimo Spirito, la dona agli uomini che credono in Lui!                  
Da qui il perdono, o meno, dei peccati. Dalla capacità di ricevere lo Spirito e di rimanere in Lui.

Chi rimane in Lui è perdonato, chi non rimane in Lui il suo peccato non viene rimesso.    La potenza della Pentecoste, la forza dello Spirito rende presente "nell'oggi" del cristiano l'azione salvifica del Signore.   

Ora entra in scena Tommaso.   Egli afferma, non crederà, se prima non "getterà, tufferà" le sue mani e le sue dita nelle piaghe del Signore, soprattutto in quella del costato. Non un semplice "io non credo!", ma un deciso "io non crederò!". A tutto questo risponde Gesù otto giorni dopo.   Ripete le stesse parole di Tommaso, gli stessi verbi: affonda le tue dita sulle mie piaghe, metti la tua mano nel mio costato...  Ed è qui, che constatiamo, che quelli che sembravano essere i presupposti peggiori alla fede, ora si rivelano proprio veicolo di fede.            

Una fede, quella di Tommaso, mai espressa da nessuno. Nel Vangelo Tommaso va oltre ogni aspettativa e adorandolo Gli disse: “Mio Signore e mio Dio!” 
E' la prima volta in assoluto che Gesù venga proclamato da un discepolo o apostolo con il titolo divino.   Mio Signore e mio Dio. Gesù è Signore è Dio!  

Mi vengono in mente alcuni passaggi del libro del Cantico dei Cantici che riporto:  
               
Mi sono addormentata, ma il mio cuore veglia
Un rumore! La voce del mio Amato che bussa alla porta:
Aprimi sorella mia, mia amica, mia colomba, mio tutto.
Il mio capo è madido di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne.
L'amato mio ha mandato la mano nella fessura della porta
e le mie viscere fremettero per lui.
Mi sono alzata per aprire al mio amato e le mie mani stillavano mirra, fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia della serratura.
Ho aperto allora all'amato mio, ma l'amato mio se n'era andato, era scomparso...(Cantico 5,2.4.6).

Amante appassionato, Dio in persona è passato attraverso la porta del luogo dove erano riuniti i discepoli, ma trova chiusa quella di Tommaso. Ecco allora che, per forzare la nostra chiusura, come l'amato manda la mano nella fessura della porta, alla stessa maniera il Padre ha mandato il suo Figlio nel mondo.

Ecco la mano operante quella Divina Misericordia, celebrata in questa Domenica per volontà di colui che domani sarà proclamato Santo dalla Chiesa, Giovanni Paolo II.   Egli ha sottolineato un aspetto teologico della lettura di questa ottava di Pasqua.

Non è forse Misericordia entrare nel cuore? Non è Misericordia dare la mano, allungarla per metterla sulle nostre ferite? Non è Misericordia darci i segni della sua Pasqua?  Tutto è racchiuso nella misericordia. Dio in Gesù, è l'Amante amato e vuole essere amato, fino a mettere in gioco la sua faccia!  Perciò è detto, nell'ultima beatitudine pronunciata da Gesù:  "Beati quelli che crederanno senza aver visto"!

Senza aver visto con gli occhi della carne.   Ma che hanno visto e vedranno con gli occhi del cuore: gli occhi di luce che sanno leggere la Sua presenza in ogni evento della vita!


martedì 22 aprile 2014

PER IL CRISTIANO OGNI GIORNO E' PASQUA


La Pasqua continua nel tempo e nei nostri cuori: Gesù è veramente risorto: proponiamo un commento di Padre Augusto Drago, che già avete imparato a conoscere, come aiuto alla nostra riflessione

La risurrezione di Gesù attraverso la testimonianza dell’apostolo Paolo

Di Padre Augusto Drago

Nel testimoniarci la Risurrezione di Gesù Cristo, l’apostolo Paolo segue, per così dire, una duplice scansione narrativa. In un primo momento il fatto della Risurrezione viene presentato come un’apparizione personale all’apostolo stesso, ma poi via via si trasforma in un grande inno di fede viva, forte ed autentica.


Brevemente vediamo un po’ più da vicino questa duplice scansione.  Anzitutto Paolo rivendica con forza il fatto di avere “visto il Signore”. “Non sono forse libero io? Non sono forse un apostolo? Non ho visto Gesù Signore nostro?” (1Cor 9,1).
Al capitolo 15 della stessa lettera si annovera tra gli apostoli e tra quelli che hanno visto il Signore: “ultimo fra tutti gli apostoli, apparve anche a me come a un aborto.
 Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio” (1Cor, 15, 8-9). L’apparizione di cui parla Paolo è da riferirsi all’evento accaduto sulla via di Damasco, quando il Signore, sotto forma di luce abbagliante gli disse: “Saulo, Saulo, perché miperseguiti?”
E Paolo rispose: “Chi sei tu, Signore?”.
Ed Egli: Io sono Gesù che tu perseguiti. Ma tu alzati ed entra nella città, e ti sarà detto ciò che devi fare” (Atti, 9, 5-6). L’apparizione del Risorto determina e circoscrive la missione del futuro apostolo. (cfr, Galati 1,11-17).

La seconda scansione viene evidenziata da Paolo nella prima lettera ai Corinti (15, 3-5). la risurrezione del Signore viene presentata come una vera ed autentica professione di fede:  “Vi ho trasmesso anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè: che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che fu visto da Cefa e quindi dai dodici.  In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta…”
Questa di Paolo è la formula di fede sulla Risurrezione del Signore più completa perché abbraccia l’intero mistero Pasquale. Dalla testimonianza siamo così arrivati alla professione di fede. Una professione che Paolo non fa provenire da se stesso ma dalla Tradizione. Quindi il mistero di Pasqua nato, iniziato con una tomba vuota, proseguito con delle testimonianze personali o apostoliche, ora vive nella Tradizione e diviene il fulcro della fede della Chiesa.

Paolo prosegue: “Ora se si annunzia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se non vi è risurrezione dei morti, nemmeno Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede, e noi apostoli risultiamo falsi testimoni di Dio…Se infatti i morti non risorgono, nemmeno Cristo è risorto. Ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati”(1Cor, 15, 12-17).
Con ciò l’apostolo afferma che in Cristo risorto c’è inclusa anche la nostra risurrezione, e che c’è un rapporto strettissimo tra la risurrezione del Signore e la nostra.

Il mistero Pasquale allora è appena iniziato. Si compirà pienamente quando assumeremo, nel gran giorno della rigenerazione di tutte le cose, lo stesso corpo glorioso, celeste di Cristo Gesù, il Signore, e così saremo sempre con Lui e simili a Lui: “La nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo, come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”  (Filippesi, 3,21).

Cosa ci dice tutto questo, fratelli e sorelle?

 Il desiderio illimitato di verità, di bontà, di bellezza, in una Parola di vita, che abita nel cuore di ciascuno di noi, non è un’invocazione che non riceve risposta. Dire che Cristo è risorto significa dire con certezza che ognuno di noi è salvo, perché questa pienezza è raggiungibile.

Nonostante tutti i tradimenti, le sconfitte che possiamo subire: quello di tradire un amore che ti era stato donato, quello di non riuscire a trovare un lavoro, quello di vedere l’incredibile fragilità del bene dentro la nostra storia e dentro la storia umana.

Fratello, sorella, se sei certo della resurrezione di Cristo, sii assolutamente certo che tu puoi sempre ricostruirti pienamente nella tua umanità e ripartire verso la vita! Sempre!

sabato 19 aprile 2014

Oggi è Pasqua, culmine della nostra speranza e della settimana santa

Vogliamo porgere a tutti i nostri amici, che con tanta buona volontà hanno seguito i commenti di ogni domenica i nostri migliori auguri di una S A N T A   P A S Q U A,  convinti che Gesù è risorto, è veramente risorto come garanzia del suo operare e delle sue parole per la nostra salvezza eterna. La sua risurrezione di Gesù dà a tutti noi  la certezza della nostra fede, fede che non vacilla, capace di attrarre altri al nostro Redentore.

Oggi è PASQUA, passaggio dalla vita alla morte: proponiamo questo articolo di Padre Ermes Ronchi, certi che sia di vostro gradimento Ancora Buona Pasqua! Mariella, Anna, Giuseppe, enzo


Oggi è Pasqua di Padre Ermes Ronchi



Oggi è Pasqua, culmine della nostra speranza e della Settimana Santa. “Settimana autentica”, la chiama il rito ambrosiano. Autentica perché è svela­to il volto autentico di Dio e dell’uomo. Volete sapere qualcosa di voi e di Me? – dice il Signore – Vi do un appunta­mento: un uomo in croce. Volgete lo sguardo a Colui che è posto in alto.

Prima ancora, giovedì, l’appuntamen­to di Dio è stato un altro: uno che è po­sto in basso. Che cinge un asciugama­no e si china a lavare i piedi ai suoi.

Chi è Dio? Il tuo lava piedi. In ginocchio da­vanti a me. Le sue mani sui miei piedi. Davvero, come a Pietro, ci viene da di­re: ma Tu sei tutto matto. E Lui: sono co­me lo schiavo che ti aspetta, e al tuo ri­torno ti lava i piedi. Ha ragione Paolo: il cristianesimo è scandalo e follia.
E io, nella vita, di fronte all’uomo che atteggiamento ho? Quanto somiglian­te a quello di Dio? Sono il servitore del bisogno e della gioia di mio fratello? So­no il lava piedi dell’uomo? Ve la imma­ginate una umanità dove ognuno cor­re ai piedi dell’altro? La globalizzazio­ne sì, ma degli inchini davanti all’uomo, non davanti ai potentati; dell’onore da­to a ogni più debole figlio della terra.

In questa settimana autentica, l’au­tentico Dio è così: è bacio a chi lo tra­disce.

Non spezza nessuno, spezza se stesso. Non versa il sangue di nessuno, versa il proprio sangue.



Non chiede più sacrifici a me, sacrifica se stesso per me. Non proibisce di prendere, co­me per l’albero del bene e del male, ma ordina: prendi e mangia, prende­te e bevete.



Dov’è la salvezza?

Quando io lo uccido e Lui mi guarda e mi ama. Quando, dal­la mia vittima, ricevo la sentenza di gra­zia. Dalla sua ferita aperta non esce rab­bia o rancore ma è feritoia da cui esco­no sangue e acqua. Sangue che è amo­re; acqua che è inizio e innocenza. Il fe­rito che ti ama ti converte. O ti accechi del tutto o ti umanizzi. Ne esce capo­volta ogni immagine di Dio e dell’uo­mo.



Dio ai tuoi piedi il giovedì.

Venerdì il pathos della ferita, feritoia d’amore.

Ieri, sabato, condivisione fino agli inferi della sorte dell’uomo.
E ora la Risurrezione, il tema più arduo e più bello di tutta la Bibbia. L’articolo di fede su cui poggia tutto l’edificio cri­stiano, « stantis vel cadentis Ecclesiae », con il quale la Chiesa sussiste, senza il quale si dissolve. Senza la Risurrezione non esisterebbe la Chiesa. Il ricordo, per quanto vivo, non basta a rendere viva una persona. Il ricordo di Gesù sa­rebbe stato sufficiente al massimo per creare una Scuola dove coltivare l’in­segnamento, il pensiero, l’esempio.

La Chiesa è nata da una presenza.
Il cristianesimo è l’unica religione fon­data sulla Risurrezione. Se Cristo non è risuscitato, l’annuncio cristiano è u­na scatola vuota, la fede è una cisterna senz’acqua, una conchiglia senza per­la, un violino senza corde.



La Risurre­zione non è un’invenzione dei disce­poli. Sarebbe stato mille volte più faci­le, più convincente, fondare il cristia­nesimo sulla vita di Gesù, tutta dedita al prossimo, alla guarigione, all’inco­raggiamento, al perdono dei peccati, a togliere barriere e pregiudizi. Una vita buona, bella e felice, da proporre.



Sa­rebbe stato molto più facile fondare il cristianesimo sull’insegnamento di Ge­sù, sul discorso della Montagna, sui di­scorsi d’addio, vette del pensiero uma­no e religioso che bastano a nutrire u­na vita. E persino fondarlo sulla Pas­sione, su quel suo modo di raccontare Dio, di porsi davanti al potere religioso di Caifa, al potere politico di Pilato, e di metterli a nudo. Sul suo modo di mo­rire perdonando.



 La Risurrezione come fondamento del­la religione cristiana non è una scelta degli apostoli, è un fatto che si è impo­sto. La sera di Pasqua un grido sale a Gerusalemme: «Il Signore è veramen­te risuscitato!» (Luca 24,34).
Veramente: e non apparentemente, come se fosse presente attraverso il ricordo e la nostalgia; come se la Risurrezione fosse qualcosa accaduto dentro i discepoli e le donne, e non a Gesù.



Veramente: e non probabilmente, come se la cosa non fosse sicura ma plausibile, una ipotesi che può spiegare il corpo assente dal sepolcro. Veramente: e non simbolicamente, come se la Pasqua indicasse le energie del cosmo e dell’uomo che si sprigionano e portano la certezza che la vita vince sulla morte. L’autentico Dio in questa settimana autentica: Dio non è mai se stesso come quando fa risorgere. La Risurrezione è «la tangente di Dio che sfiora il nostro mondo mortale» (Karl Barth). Siamo presi per il polso da Gesù (nelle icone orientali della Risurrezione Cristo afferra Adamo per il polso, là dove si sente pulsare la vita e battere il cuore), trascinati in alto dal Risorgente in eterno: chi vive in Lui, chi è in Lui compreso, è preso da Lui nel suo risorgere.
Cristo non è semplicemente il Risorto: egli è la Risurrezione stessa. L’ha detto a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita» (Giovanni 11,25). In quest’ordine preciso: prima la risurrezione e poi la vita. Ci saremmo aspettati il contrario, invece prima viene la risurrezione, da tutte le nostre tombe, dal nostro respiro insufficiente, dalla vita chiusa e bloccata, dal cuore spento, dal gelo delle relazioni.



 Prima la risurrezione di noi, né caldi né freddi, né buoni né cattivi – «di noi, i morti vivi», scriveva Charles Peguy –, poi la vita piena nel sole, la vita che meriterà finalmente il nome di vita. La Risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima, e le sue forze, come cantava Mario Luzi, non arrivino all’ultimo ramo della creazione:




«Tu, tutto in tutti,
il mondo intero
carne risorta
per la Tua carne,
crocefisso amore».




Commenti L’avvenire 8 aprile 2012