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B E N V E N U T O !! Lo Spirito Santo illumini la tua mente, fortifichi la tua fede.


venerdì 15 aprile 2016

“Fino a quando ci terrai nell'incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”.

Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore ”.

Quarta domenica di Pasqua – Anno C



Dal vangelo secondo Gv 10,22-30

Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell'incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
Parola del Signore!

Enzo: La festa della dedicazione che cadeva nel giorno 14 dicembre di ogni anno e seguiva quella delle capanne era stata istituita da Giuda Maccabeo nel 164 a.c. in ricordo della purificazzione e dedicazione del tempio, profanato da Antioco Epifane IV nel 167 a.c.
Giuda dopo la liberazione di Gerusalemme purificò e riconsacrò il tempio per ripristinare il culto del Signore sostituendo quella pagana in onore di Giove Olimpico.
Questa festività era collegata anche all'attesa messianica del re davidico. In questa festa troviamo Gesù, che partecipa come ogni buon ebreo e cammnina nel tempio in quella parte del portico di Salomone.

Vediamo Gesù attorniato da alcuni giudei per interrogarlo. L'incontro, e ci atteniamo semplicemente a questo brano in cui all'evangelista interessa dimostrare ancora una volta la divinità di Gesù e a tutti noi, in questo periodo di Pasqua, di ricordarlo assieme alla sua risurrezione, non sarà stato dei più tranquilli.

Abbiamo letto la domanda dei Giudei che sembra a prima vista motivata, ma contemporaneamente ostile, ingannevole verso colui che altre volte aveva dichiarato di essere l'atteso Messia. Mettiamoci per un attimo nella testolina dei giudei... mascherano la loro intenzione ipocrita dichiarando un loro dubbio, e di essere interessati a conoscere la verità.
“Fino a quando ci terrai nell'incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”. Ricordiamo che in questa festa il pensiero ebraico era rivolto anche all'attesa messianica, per tanto tutti ne parlavano.
La risposta di Gesù, che non vuole creare ambiguità e vuole invitare i suoi avversari, che conosce molto bene, alla fede, richiama le sue precedenti dichiarazioni, le sue opere straordinarie compiute nel nome del Padre, dalle quali si può dedurre la sua messianicità. “ Ve l'ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me”.
Inoltre in questo testo Giovanni mette in risalto l'identità di coloro che lo seguono, le sue pecore che sono in mani sicure, ma “Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore ”. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna”.

“Le mie pecore”, perché Gesù adopera questo linguaggio? L'evangelista Giovanni nello scrivere queste parole ha soprattutto presente sia il capitolo 24 di Ezechiele, che presenta Jahwè come pastore ed accenna al futuro discendente di Davide (Ez 34,23), che il Salmo 23 che canta Jahwè come “il pastore”. Il profeta Ezechiele dà lo spunto a Giovanni di costruirvi sopra una teologia cristologica e una ecclesiologica: Gesù è il buon pastore che chiama le sue pecore una per una, e la Chiesa che nascerà con la pentecoste avrà la certezza di avere il Signore stesso come guida che darà sicurezza al passo della comunità, incamminata sulle strade del mondo fino alla fine del mondo (significato anche escatologico).

Mentre per gli altri evangelisti il “pastore” è Dio, per Giovanni è Gesù Cristo, e questa versione è coerente con i versetti 29-30 “Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

“Io e il Padre siamo una cosa sola” :Le opere che compie nel nome del Padre testimoniano la sua identità messianica, rendono visiva la volontà del Padre. Chi crede in lui, le sue pecore, “ascoltano la sua voce e lui le conosce ed esse lo seguono. Si crea così una comunione intima tra Gesù e noi, sue pecore: Gesù ci porta per le vie del mondo, nei pascoli rigogliosi, ci offe la sua Cena eucaristica e la certezza di una vita eterna.

Il versetto 31dello stesso capitolo 10, dice: “I Giudei portarono di nuovo pietre per lapidarlo”. Sono usciti allo scoperto, ma chiusi in una notte scura. Poveretti!

Finisco questo breve commento (tratto dal foglio settimanale della mia parrocchia) “con la certezza che Gesù è sempre con noi, è presente all'interno delle nostre solidarietà umane e professionali, nella nostra vita di credenti insoddisfatti di una fede inerte, nell'impegno di coloro che cercano la verità, amano e perdonano, di coloro che lottano per un mondo migliore e più giusto. Ed è presente nel pane che spezziamo insieme facendo memoria di lui, per tornare alla realtà quotidiana, sostenuti dalla sua forza”.


Mariella: Vorrei aggiungere alcune riflessioni di approfondimento sulla figura del Pastore che è Cristo in rapporto alle sue pecore che siamo tutti noi.

In quel tempo Gesù disse: “Le mie pecore ascoltano la mia voce" E' la voce di uno che parla al profondo del cuore di ogni persona che cerca l'amore. E' un pastore che dà la sua vita per ognuna delle sue pecore e nessuna del gregge va perduta o si disperde, perché questo pastore, vigile, attento, premuroso e misericordioso, non lascia allo sbando il gregge, ma si pone alla guida di esso con coraggio, passione e dedizione. Le pecore di Gesù si trovano in mani sicure, perché sono custodite con cura dal Padre e dal Figlio, queste due Persone vivono in comunione e in intimità perfetta.  Nessuna delle pecore, se segue il suo pastore, si perderà, perchè chi segue Cristo, chi ascolta la sua voce con determinazione, ha la certezza di giungere ad una meta di vera ed eterna felicità. Il male non potrà vincere nei confronti del bene, anche quando sembra prevalere, non avrà mai l'ultima parola, perché la grazia del Signore, che opera per mezzo dello Spirito, produce i suoi frutti spirituali su questa terra, ma soprattutto per l'eternità.
"Io le conosco": Gesù è più intimo di quanto ciascuno possa essere intimo a se stesso, entra in relazione personale con chi si lascia amare da Lui, ne conosce i pensieri, i desideri, la fragilità.
"Ed esse mi seguono": Verrebbe da chiedersi dove? La risposta è chiara; le pecore lo seguono per entrare nell'intimità con il Padre, passando attraverso la quotidianità della vita, con le sue tribolazioni, le sue croci. Via che Cristo stesso ha tracciato e vissuto, non sottraendosi alla fragilità umana, al dono di sé nella sottomissione al Padre, per la salvezza dell'umanità.
"Io do loro la vita eterna": non è un desiderio di possesso, di potere che conduce alla vita, ma è la via debole che apre ad accogliere il dono della vita senza fine. La vita eterna di cui parla il Vangelo è già l'oggi della vita percepita come presenta di Dio. Gesù è talmente entrato nella carne umana da farne il luogo dell'esperienza dell'Amore fedele e inesauribile di Dio.
"Nessuno le strapperà dalla mia mano": la comunità che trova la sua ragione di esistenza in un rapporto diretto di appartenenza a Cristo, sperimenterà tensioni e difficoltà lungo il cammino della storia, soprattutto in relazione alle altre comunità più fortemente organizzate ma lontane dalla verità.   Per questo il Vangelo di Giovanni ci mostra il vero cammino, della comunità "amante" perché impariamo a vivere rimanendo nella Chiesa, senza lasciarci sviare da voci fuori dal coro.  Ognuno di noi è unico, inconfondibile, perché prima ancora è unico il Pastore. Possiamo seguirlo, perché conosciamo la sua voce, diversa da quella di qualsiasi altro. Egli è l'opposto del mercenario che è pagato, sfrutta e strumentalizza le pecore. Il vero pastore dà la vita per esse, non le domina, le serve, le conosce per nome, ciascuna è importante, unica ai suoi occhi.
In questa Domenica la Chiesa è invitata a pregare per le vocazioni di speciale consacrazione, ognuna di esse nasce proprio da quel rapporto personale di conoscenza e di amore fra il pastore e le "sue pecore", quelle che scelgono di mettersi sulle sue spalle, vivendo lo stesso rapporto di comunione e di unità che c'è fra il Padre e il Figlio. 

 






sabato 9 aprile 2016

«Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».


«Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».

Terza domenica di Pasqua – Anno C


Dal vangelo secondo Gv 21,1-19

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».
Parola del Signore!

Enzo: Personaggio chiave di questi due brani è Pietro.L'apparizione di Gesù è presentata come una manifestazione tra il Gesù terreno e il Gesù, il Cristo glorificato.

Pietro e i suoi compagni sono reduci da una pesca notturna infruttuosa, e all'alba tornano a riva. Li aspetta Gesù, ma i discepoli non si accorgono di lui. E Gesù a fare il primo passo verso di loro con una domanda e un comando: avviene la pesca “miracolosa” e solo allora riconoscono il maestro. Gesù prepara loro da mangiare e insieme consumano il pasto. Straordinario il fatto che avendolo riconosciuto nessuno dei discepoli osava chiedergli chi fosse. E' Giovanni, colui che più di tutti amava Gesù, il prediletto, a riconoscerlo per primo “E' il Signore!”, ma è Pietro per primo ad andarGli incontro.Vediamo Gesù cuoco e servitore: “Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce”.
Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti, annota Giovanni affermando per sé e per i compagni che Gesù è veramente risorto. A nostra edificazione e certezza nella fede questa affermazione.


E' intenzione di Giovanni, inserendo il racconto della pesca dopo la risurrezione, (Luca ha posto l'episodio all'inizio del ministero galilaico), narrare il rapporto di Pietro con Gesù e la sua riabilitazione dopo il rinnegamento al terzo canto del gallo.

L'insistenza con cui Gesù chiede a Pietro se lo amava provoca nell'apostolo, pentito per il suo tradimento, dolore e forse preoccupazione. Da questo colloqui ne esce un uomo redento, non più presentuoso come in quella nefasta notte. Lo dimostra la sua terza risposta: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. E' l'affidamento totale come quello di Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”.

Biosognerà aspettare la Pentecoste per capire l'importanza e la potenza di quel comando di Gesù a Pietro: “Pasci le mie pecore”. Da quel momento sarà Pietro a guidare la Chiesa nascente. Sull’esempio di Gesù buon pastore, che dà la vita per le sue pecore, lui deve pascere il gregge con amore e non con spirito di dominio, predicare Gesù crocifisso e risorto. La rete, piena di pesci e che non si spezza, indica che la Chiesa voluta da Gesù e guidata da Pietro resisterà nel tempo e produrrà molto frutto.


La riabilitazione di Pietro dopo il suo tradimento è confermata dalla predizione della sua morte: “In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Pietro subirà una morte violenta conformandolo così pienamente al Crocifisso, cui rimase fedele sino alla fine.

Il brano si conclude con l'invito di Gesù a Pietro di seguirlo. E' una conferma della fiducia accordata a Pietro, parola forte e definitiva: adesso Pietro può seguire Gesù, l'Agnello, seguirà Gesù senza titubanza, senza arroganza fino alla morte”.

Commenta Sant'Agostino:” Ora è il momento, Pietro, in cui non devi temere più la morte, perché è vivo colui del quale piangevi la morte, colui al quale, nel tuo amore carnale, volevi impedire di morire per noi “.


Mariella: La terza volta che Gesù si manifesta ai suoi, dopo la risurrezione, è densa di avvenimenti e di insegnamenti dai quali vorremmo trarre spunto per alcune brevi riflessioni.
Anzitutto possiamo osservare che il brano racchiude due episodi: il primo è il racconto di una pesca miracolosa, il secondo è un dialogo tra Gesù e Pietro mentre Giovanni, il discepolo amato, rimane sullo sfondo. L'obbiettivo del primo episodio è quello di descrivere la qualità del tempo nuovo aperto da Cristo risorto. Egli è Colui che si manifesta in luoghi e tempi diversi, ma sempre amando i suoi discepoli. Questi hanno difficoltà a riconoscerlo perché in realtà Lui è presente ma nello stesso tempo è nascosto: solo lo sguardo della fede vera, che è quella del discepolo amato, può vedere nei fatti della vita lo spazio dell'incontro con il Signore.

“è il Signore!” grida Giovanni che percepisce immediatamente la presenza del Signore mentre Pietro svolge un ruolo diverso, potremmo dire un ruolo pastorale, infatti stringendosi la veste attorno ai fianchi Pietro esprime rispetto per Gesù; gettandosi nell'acqua per raggiungerlo, esprime la volontà di impegnarsi totalmente per il Signore. E' Pietro che sale sulla barca e tira a terra la rete piena di grossi pesci senza che si spezzi: egli ha la responsabilità di una comunità numerosa alla quale assicura l'unità.
Anche gli altri discepoli sono presenti: ascoltano la Parola di Gesù pur non avendolo riconosciuto; gettano la rete e fanno una pesca sovrabbondante; conducono la barca, trascinano la rete.

Il Vangelo ci fa toccare con mano il cammino di fede dei discepoli che, sollecitati dal Risorto, sono invitati a gettare nuovamente le reti, dopo aver passato una notte intera in mare senza aver ottenuto risultati.
Gesù vuole avere bisogno della nostra povertà per comunicarci la sua ricchezza, vuole farci prendere consapevolezza che senza di Lui noi non possiamo fare nulla, è grazie a Lui se la nostra vita si trasforma, diventa ricca di frutti e di significato.

Ma questa comunità di discepoli ha bisogno di un pastore che li guida, ha bisogno di un interprete, un mediatore. Ha bisogno di Pietro, il "pastore" che raduna i suoi per andare a "pescare", e ha bisogno di Giovanni che riconosce e testimonia la presenza del Risorto ai fratelli. Non esiste la Chiesa senza chi, credendo l'Amore, lo mostra agli altri.

Ora la scena cambia, dopo essersi manifestato, Gesù si ferma sulla riva del lago a cuocere il pesce per i discepoli e a presentarsi come uno che serve, perché il Risorto è vero Amore, Amore che salva, che nutre, che guida, che perdona.
Ed è sull'amore che interroga Pietro, non lo rimprovera, non lo giudica, semplicemente Gesù fa una triplice richiesta: “Mi ami tu?” proprio a colui che per tre volte lo ha rinnegato e ciò nonostante diventerà la pietra fondante della Chiesa nascente. 
 
Questo ci fa capire quanto grande è la capacità di perdono del Signore, Egli di fronte al peccatore pentito cancella il peccato e lo riabilita, restituisce la dignità e la fiducia, Dio non cancella le persone dal suo libro, al loro primo errore. Dà sempre a tutti un'altra possibilità, questa è la misericordia di Dio! Ecco dunque che la fiducia ed il perdono del Maestro fanno di Pietro una persona nuova, fedele fino alla morte. Pietro sarà in grado di mantenere, finalmente, la sua promessa di dare la vita per Cristo. 


Se imparassimo la lezione contenuta nell'agire di Cristo con Pietro, quante meno persone fallite ed emarginate ci sarebbero nel mondo!
Altro insegnamento fondamentale: Gesù desidera che l'amore che nutriamo per Lui sia rivolto nel servizio degli altri: "Mi ami tu? Pasci le mie pecorelle". Non vuole essere lui a ricevere i frutti di questo amore, ma vuole che siano le sue pecore. Così anche il nostro amore per Cristo non deve restare un fatto intimistico e sentimentale, ma si deve esprimere nel servizio verso gli altri.




Per chi lo volesse andando nella pagina di Padre Augusto Drago potrà leggere il suo commento a questo brano di Vangelo. Padre Augusto Drago nel suo commento tiene conto anche della narrazione di Lc 5,4-12.

venerdì 1 aprile 2016

“Mio Signore e mio Dio”, la più bella preghiera di ogni tempo

 
“Mio Signore e mio Dio”, la più bella preghiera di ogni tempo
«Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!»
Seconda domenica di Pasqua -Anno C



Dal vangelo secondo Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati.Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Parola del Signore!
Enzo: Questo brano riferisce due apparizioni del Risorto: l’una ai discepoli, la sera dello stesso giorno di Pasqua, lo stesso giorno in cui Pietro e Giovanni erano andati a vedere il sepolcro vuoto, l’altra all'incredulo Tommaso, otto giorni dopo alla presenza anche degli altri discepoli .
Al termine di queste due apparizioni, si ha la prima conclusione dell’intero vangelo (vv. 30-31).

L'inizio del racconto ci mostra i discepoli, in luogo dalle porte chiuse “per timore dei giudei”: quanta umanità in queste parole!
Gesù si mostra loro, entra nella stanza a porte chiuse, si ferma con loro: vuole far capire così che è risorto, che è Lui il crocifisso, che è vivo, che possiede un'esistenza nuova. Gesù porta la pace in mezzo a loro, mostra le mani e il fianco segni del martirio: è proprio Lui! E i discepoli gioirono al vedere il Signore.Ricevettero così la pace e la gioia messianica.
Non abbiamo anche noi gioito la notte di Pasqua, dopo un'attesa di quaranta giorni?

Credere fermamente che Gesù è risorto e che la sua risurrezione è causa anche della nostra, è sorgente di gioia, di forza e di speranza.
Lo stesso giorno Gesù porta tre doni:  

il conferimento della missione: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. I presenti sono così investiti come Gesù della missione del Padre.

Il dono dello Spirito Santo: “ Ricevete lo Spirito Santo”: possiamo dedurre che il soffio di Gesù sugli apostoli parli di un nuovo atto creativo nei discepoli. Ricordiamo che nell' Antico testamento quando Dio soffia lo spirito di vita sulla creta per essere uomo vivente Gen 2,7”Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.” “, e poi in Ez 37,9 per descrivere una nuova vita. “Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano”. Gesù effonde sui discepoli lo Spirito come principio della nuova vita e come santificatore, animatore e aiuto indispensabile per la loro missione, mentre la Pentecoste si focalizzerà sulla loro missione universale.

Il potere di rimettere i peccati: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Si tratta di un potere di carattere ecclesiale concesso agli apostoli presenti e ai loro successori, potere che implica una nuova creazione, morti per il peccato , risorti col perdono.

Nella seconda apparizione, avvenuta “otto giorni dopo” , predominano la persona del Risorto e quella di Tommaso. Quest’ultimo è disposto a fare propria la lieta testimonianza degli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore” soltanto se controllerà fisicamente nel Risorto i segni della passione. I dubbi di Tommaso esprimono l'esperienza del gruppo, dell'intera comunità apostolica, e la personale esperienza di Giovanni: «Colui... che abbiamo visto con i nostri occhi... contemplato... e toccato con le nostre mani» (1Gv 1,1-2).

Con questo atteggiamento di Tommaso, l’evangelista ha l'occasione di mostrare l’identità già riscontrata tra il Crocifisso e il Risorto.
Con sconfinata condiscendenza Gesù viene incontro alla pretesa di Tommaso e lo porta a fare la più alta professione di fede presente nel quarto vangelo: “Signore mio e Dio mio!”.
Ogni altra professione di fede rimane e rimarrà al di sotto di quella di Tommaso: “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”, parole di Gesù in vista della Chiesa nascente e per tutte le generazioni a venire che nel dubbio, nel buio della fede, nella frase di Tommaso possiamo riaffermare la nostra fede. All'uomo di fede bastano poche parole per dimostrare l'adesione di fede nel Figlio di Dio: “ Signore mio e Dio mio!”

 L'evangelista e apostolo Giovanni così conclude il suo vangelo: “Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”.
 
“Abbiamo la sua vita nel suo nome” sperimentando la

 pace, la gioia offerte da Gesù morto e risorto per la 

salvezza del mondo, credendo nella testimonianza di 

coloro che hanno visto e creduto.



Mariella: In questa domenica, l'ottava di Pasqua detta in Albis o della divina misericordia, al centro della riflessione abbiamo un brano del vangelo di Giovanni con l'apparizione del Risorto al gruppo degli apostoli. La figura di Cristo Risorto è al centro di tutto, Egli è l'anima, il perno, la pietra angolare attorno a cui tutto ruota e si muove. Il tema dominante però è la fede, fede che cambia tutta la prospettiva di una vita, fede che porta a seguire un Maestro e testimoniare una verità. Per questo nel brano in oggetto predomina il verbo "vedere" Si arriva alla fede, come fu per gli apostoli e poi per l'incredulo Tommaso, per mezzo di un vedere "fisico", fatto di segni e prodigi.

Ma c'è una fede più vera e più profonda, che è di quelli che hanno creduto senza vedere, hanno creduto non per mezzo degli occhi materiali, ma con gli occhi del cuore, quegli occhi che scrutano il mistero di Dio e se ne lasciano affascinare. Giovanni nel suo racconto evangelico ha insegnato che non ci sono i segni per credere, ma chi crede vede i segni. 
 
A Tommaso Gesù chiede di abbandonarsi con fiducia alla fede, egli compie il passo decisivo di chi si affida a Dio e solo così potrà vedere "le sue mani e il suo fianco" come segno dell'infinito amore che Egli ha verso ogni vivente.
 
Tommaso diventa credente, supera i suoi dubbi ed incertezze, supera il suo bisogno di avere prove materiali per credere, entra nel dialogo con Gesù, riconosce la divinità del Maestro e gli risponde: " Mio Signore e mio Dio".

Ecco che Tommaso adesso potrà assaporare quella “pace” che Gesù augura ai suoi Apostoli entrando nel Cenacolo, potrà gustare quella “gioia” che solo chi si sente veramente amato e salvato può provare. Tommaso potrà ricevere quello Spirito Santo che Gesù dona a quanti riconoscono la loro appartenenza a Dio.

Così è anche per noi, Dio conosce la nostra difficoltà a riconoscerLo... come fu per Tommaso, che voleva poter mettere le mani nei segni dei chiodi e del costato.Appartiene proprio alla nostra natura umana questa debolezza e Dio la conosce bene.
E' sempre Lui che fa il primo passo verso di noi. Sempre che in noi ci sia la volontà di cercarLo, di conoscerLo, di seguirLo, di stare con Lui.



Una volta riconosciuto il Signore e aver gustato la gioia della sua presenza, i discepoli vengono rimandati alla loro esperienza terrena: devono aprirsi all'avvenire del mondo a cui devono annunciare il Risorto.  Per Giovanni il dono dello Spirito Santo viene elargito lo stesso giorno della risurrezione di Gesù e non cinquanta giorni dopo, come invece annuncia Luca. Lo Spirito Santo renderà possibile l'esercizio della missione affidata ai discepoli di ieri e di oggi.




Dio di eterna misericordia, che nella ricorrenza pasquale ravvivi la fede del tuo popolo, accresci in noi la grazia che ci hai dato, perché tutti comprendiamo l'inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti. Amen!


venerdì 25 marzo 2016

Tutti e tre “videro”, ma non capirono. A loro mancava ancora un tassello importante...


Non avevano compreso la Scrittura...se ne tornarono di nuovo a casa

PASQUA DELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE : ANNO C


Dal vangelo secondo Gv 20,1-10

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa.

Parola del Signore!

Enzo: Gli evangelisti sinottici parlano delle donne che si recano al sepolcro di buon mattino per compiere i riti sul cadavere di Gesù; Giovanni incentra l'attenzione su una donna particolare: Maria di Magdala.
Come sappiamo l'evangelista Giovanni si è preoccupato di selezionare quel materiale dove l'occhio della fede riesce a ravvisare solo il Signore della Salvezza. Giovanni tra gli evangelisti è il teologo di Gesù, attraverso i segni da Lui operati, non li chiama miracoli, stimola e indirizza i lettori al Gesù-Dio inviato dal Padre per la salvezza dell'uomo.
Giovanni è anche l'evangelista che si rivolge, più di tutti gli altri apostoli, a coloro che accumulano, assimilano l'opera e le parole di Gesù guardando alla glorificazione finale del Maestro.
La comparsa di Gesù davanti al tribunale di Pilato gli permette di asserire la sua supremazia sul mondo. Se è coronato di spine, lo è in quanto re. Dall’inizio alla fine, pertanto, e non soltanto nei momenti della risurrezione e dell’effusione dello Spirito, il vangelo di Giovanni è un racconto della glorificazione di Cristo.

Non dice nulla dell'agonia di Gesù, della sua preghiera, del conforto dell'angelo. Parlando dell'arresto di Gesù egli ravvisa una chiara manifestazione della sua divinità. Infatti, appena pronunziata la parola “Io sono”, evocatrice del nome di Dio secondo Esodo, tutti piombano per terra come di fronte ad una apparizione divina.

Non parla nemmeno del bacio di Giuda. Gesù per Giovanni appare come Signore pieno di dignità e come padrone degli avvenimenti degli uomini. Quello che accade, lungi dall'essere frutto del caso o segno della vittoria degli empi, è compimento delle Scritture.

In questo brano Giovanni dà la sua testimonianza della resurrezione di Gesù: contrariamente a Pietro, egli “vide e credette”.Vide e credette: non sembra che il disceopolo prediletto sia pervenuto alla fede pasquale piena, perché subito dopo annota che non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa. 
 
Non abbiamo parlato della donna, Maria di Magdala che di mattina presto si reca al sepolcro, gli altri evangelisti riferiscono che era assieme ad altre donne e le parole che Maria riporta agli apostoli lo confermano: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!».

Maria di Magdala, possiamo dire che è la protagonista di questo racconto giovanneo. Si reca al sepolcro e scopre che la pietra era stata rimossa e, senza entrare nel sepolcro corre di corsa ad avvertire Pietro. Smarrita e desolata smuove i due discepoli e li mette in cammino verso il sepolcro.

I tre personaggi non capiscono, sono incapaci di capire, di ricordare quanto Gesù aveva detto loro. Il racconto dà l'idea di un forte movimento, di trambusto, inquietudine: forse si tratta dell'ansia del primo nucleo della chiesa nascente, che cerca di capire affannosamemte quanto sta succedendo dopo la morte del Maestro: i verbi usati da Giovanno lo affermano: "si recarono", "correvano assieme", "corse più veloce", "giunse per primo", "non entrò", "giunse anche Pietro", "lo seguiva", "entrò" , “tornarono a casa”.

Tutti e tre “videro”, ma non capirono. A loro mancava ancora un tassello importante: la comprensione delle Scritture: "Non avevano, infatti, ancora compreso le Scritture", che avrebbe dato loro una completa e più profonda comprensione del mistero, di cui furono inconsapevoli testimoni. Per questo si dovrà attendere il dono dello Spirito nella Pentecoste (Gv 16,13). Solo allora capiranno che Cristo è veramente risorto!

Vediamo l'affettuosa apprensione di Maria, la veloce e agile intuizione del discepolo amato, la lentezza solida, forse prudente di Pietro. Tutti e tre viaggiano verso il Cristo risorto, Pietro e Giovanni testimoniano le parole di Maria di Magdala: nessuno avrebbe creduto ad una donna.

Fra i tre Gesù premierà La Maddalena , una donna, apparendo per primo a lei. Sarà lei ad annunciare Gesù risorto ai discepoli: «Ho visto il Signore!» 


Mariella: Vorrei meditare e riflettere sul significato che assume oggi la Pasqua per ognuno di noi e per il mondo intero.


In un momento come questo, dilaniato da mille problemi e paure, Pasqua è senza dubbio rialzarsi per correre incontro a Cristo, ritrovare la forza per andare avanti, per riprendere quota, per guardare ai nostri problemi e preoccupazioni con la consapevolezza che non siamo soli perché Lui è con noi sempre, per salire il nostro Calvario con la certezza della risurrezione. 
 

Anche noi cristiani dobbiamo seguire la via che il Maestro c'insegna, con il coraggio della fede, con la speranza nel cuore, con la forza dell'amore. Dobbiamo essere come Maria di Magdala, che giunta al sepolcro trova la tomba vuota e porta questo annuncio agli altri con gioia.


La risurrezione da un senso nuovo a tutta la nostra vita e di conseguenza ci impegna a portare ai fratelli la lieta notizia di pace che viene dalla vittoria sulla morte.
Ripartire dal sepolcro di Cristo che è luogo di vita e non di morte, per restituire ai nostri sepolcri la certezza che la vita non termina sulla terra, ma continua nel cuore di Dio.
Ripartire dalle nostre fragilità personali, dalle nostre contraddizioni, dai nostri sbagli, per vivere l'esperienza vera di conversione e imboccare la strada giusta che ci permetterà di giungere alla risurrezione.

La fede nella risurrezione del Signore ci aiuta a riscoprire i veri valori umani, non più dubbi, incertezze, tradimenti, delusioni, invidie,, gelosie, egoismi, ma solo speranza e fiducia in Dio, ascolto della sua Parola, da cui trarre la forza per amare la vita, anche quando non ci sorride, quando è segnata dalla solitudine, quando i tuoi amici sono andati via, quando l'amore è tradito, quando la giustizia è dimenticata, la pace è violata, l'unità è calpestata

Quando tutto sembra precipitare, quando la fiducia nella vita vacilla, allora si alza forte il grido: è risorto, non è qui, vi precede nel cammino della gioia e della speranza. Solo Cristo Risorto può dare un senso a tutto quello che è dolore e disperazione.
Oggi vorremmo sperimentare la gioia, quella gioia che riempie il cuore e tende la mano per una riconciliazione universale. Ne abbiamo tutti bisogno!


Il nostro cuore anela a Te Signore,donaci il tuo Santo Spirito per gustare la gioia della tua Risurrezione. Amen




  Con questo commento siamo arrivati alla Pasqua di Resurrezione: la Chiesa tutta gioisce e canta l'ALLELUIA pasquale, è vinta la morte, rinasce la Speranza.

Carissimi amici che ci avete seguito in questo cammino, Mariella ed Enzo vi augurano una Buona e Santa PASQUA:  duri sempre nei nostri e vostri cuori la gioia di questa fantastica domenica.







venerdì 18 marzo 2016

“Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione”.



Ecco a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio di asina.

Domenica delle Palme – Anno C



Dal Vangelo secondo Lc 22,14-23
Quando venne l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».
«Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell'uomo dal quale egli viene tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi l'un l'altro chi di loro avrebbe fatto questo.

Parola del Signore!

Enzo: Siamo arrivati quasi alla fine del cammino verso la Pasqua. La liturgia di questa domenica ci invita a riflettere sui momenti trascorsi da Gesù prima di entrare nel vivo della sua passione e le sue sofferenze fino alla morte in croce. Rieniamo opportuno soffermarci nel commento alla prima pagina, per partecipare a quanto Gesù ha voluto donarci prima che fosse consegnato ai sacerdoti e poi a Pilato. Gioiremo con Gesù per quanto ci dona, ma contemporaneamente la nostra riflessione si turberà. Questo turbamento entrerà in noi non per spaventarci ma per migliorare la nostra conversione e l'amicizia nell'Amico e Fratello Gesù.
Prima di iniziare un ricordo dell'accoglienza che il popolo riservò a Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme, osservando un minuto di silenzio.
" Osanna ! Benedetto colui che viene
nel nome del Signore."

La domenica delle palme ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme,dove la folla
lo salutava agitando i rami delle palme in segno di saluto. Segue la Settimana Santa in cui Gesù soffrirà la passione,la crocefissione, la morte e infine la gioia della resurrezione cioè la
Pasqua, il passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla grazia.
 
Esulta grandemente, figlia di Sion , giubila, figlia di Gerusalemme!
 
Ecco a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio di asina.(Zc 9,9)


E adesso passiamo al commento del brano scelto.

Gesù festeggia assieme ai suoi apostoli la pasqua ebraica. Questa pasqua sarà l'ultima della sua vita terrena, ma è una pasqua diversa dalle altre. All'interno di un pasto festoso che tutto il popolo celebrava, Gesù compie dei gesti nuovi all'interno di una tradizione: questi gesti parlano di Lui, non direttamente di Dio, né delle sue opere meravigliose, né del suo popolo.

Questa pasqua assume un significato nuovo, il banchetto festoso è legato strettamente alla sua passione. Le sue parole hanno un significato ben preciso, la sua presenza in mezzo a coloro che lo hanno seguito sottolineano comunitarietà e intimità: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione”. Prima della sua passione molte volte annunciata , adesso è giunta l'ora, quell'ora tanto attesa perché accettata per amore dell'uomo e per fare la volontà del Padre.

Sarà l'ultima pasqua ebraica ma proiettata al compimento del Regno di Dio, dove la festa sarà rinnovata: “non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”: una realtà futura, un invito a desiderarla e raggiungerla seguendo Lui nei suoi insegnamenti.
E' una scena pacata, dove le parole di Gesù sono una novità per tutti: da una parte la convivialità della Pasqua, dall'altra la passione e il dono di sé. La prima azione segue alla lettera la cerimonia ebraica: tutti sono invitati a bere il primo calice di vino.

Nel bel mezzo della cena il pane e il vino diventano in questa Pasqua “il corpo” e “il sangue” di Gesù, la totalità della sua persona e della sua esistenza: il dono di sé e il suo prossimo martirio. Il sangue versato indica la morte violenta, che da un lato costituisce il vertice del dono e dall'altra il suo apparente fallimento.

Gesù non parla di sé, del senso della sua morte ma della forza dell'amore che si dona fino alla morte da vero amico per l'amico “uomo”. Ci lascia il suo corpo da gustare e il suo sangue sparso sarà in eterno segno di una nuova alleanza, rinnovo dell'antica alleanza fatta con Abramo e poi ripetuta con Isacco e Giacobbe. La nuova alleanza assume carattere definitivo e riconciliazione di Dio con il suo popolo, valore salvifico universale.
Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

La scena, dopo l'istituzione dell'Eucaristia, cambia e ci lascia perplessi, direi turbati. Anche i dodici imangono increduli: uno di loro è un traditore, parole di Gesù. Un ultimo tentativo per fare ricredere il traditore dalla sua infamia?

I dodici furono sconvolti dalle parole di Gesù. Ciascuno di loro incominciò a interrogare se stesso, senza sospettare degli altri. Nessuno può essere sicuro di perseverare nella fedeltà al Maestro.

Il tradimento del discepolo-apostolo rientrava misteriosamente nel disegno di Dio: il Figlio dell'Uomo dipende da un altro uomo, come avevano predetto le Scritture.
“Anche il mio amico, colui del quale mi fidavo, che ha condiviso il pane con me, ha alzato il calcagno contro di me”(Salmo 41:9, vedi l’adempimento in Matteo 26:14,48-49).

Ed anche:” E io dissi loro: 'Se vi par bene, datemi il mio salario; se no, lasciate stare. Ed essi mi pesarono il mio salario: trenta sicli d'argento.(Zc 11,12-13)

Tuttavia il traditore non è scagionato dalla sua responsabilità, perché agiva liberamente e con piena consapevolezza. Quell'uomo si chiamava e si ricorda ancora come Giuda!

Grazie Gesù per il grande dono che ci hai fatto, il banchetto eucaristico, segno di comunione.
    

Mariella: Il brano del Vangelo che leggiamo ogni Domenica delle Palme, è così ricco e denso di avvenimenti, che è difficile commentarlo per intero. Per questi si preferisce soffermarsi su un aspetto particolare, quello che più ha toccato il nostro cuore e scosso la nostra emotività.
Abbiamo pertanto deciso di soffermarci sull'ultima cena di Gesù, là dove Egli vive tutte le emozioni possibili, la gioia per l'incontro, la certezza di un Amore, la consapevolezza della fine imminente, la delusione per un tradimento, il coraggio della coerenza, la paura della morte, l'offerta del sacrificio.
Forse leggendo queste poche ma inte per il yrnse righe del racconto dell'ultima cena, anche noi ci sentiamo coinvolti, anche a noi piacerebbe sederci intorno a quel tavolo per osservare meglio quei gesti e sopratutto vivere l'intensità di quelle emozioni. 
 
Gesù , pur sapendo che da lì a poco dovrà salire al Monte degli Ulivi e attraversare una notte di solitudine ed umiliazioneper il tradimento ricevuto, vuole condividere con i suoi Apostoli quel pane che è la sua stessa carne e quel vino nel quale scorre il sangue delle sue vene, affidando ai suoi Apostoli il compito di prolungare nei secoli questo miracolo d'Amore.

Un pezzetto di quello stesso Pane spezzato nell'Ultima Cena giunge anche a noi oggi ogni qualvolta partecipiamo ad un'Eucarestia.
 
In essa, come diceva sant’Ireneo, c’è la Coppa della sintesi. Vale a dire che nel mistero eucaristico c’è già precontenuto l’intero mistero della nostra salvezza: in esso c’è il mistero della morte che dona la vita, c’è l’amore che altro non brama che donare tutto se stesso, c’è il memoriale della sua passione e l’anticipazione della gloria futura che è la Resurrezione di Gesù nella quale si trova inclusa anche la nostra. In esso Gesù muore, risorge e diventa speranza della nostra vita, caparra della nostra gloria futura, ancor prima che questi eventi abbiano a compiersi.

L’eucaristia ci porta a contemplare la Croce; ci aiuta ad attraversarla, sapendo di non essere più soli, perché già Gesù l’ha attraversata per noi; ci aiuta, la sera del Sabato, durante la grande veglia, a comprendere che tutta la storia della nostra salvezza è ricapitolata in Gesù Cristo; racchiude in sé il grido di gioia pronto ad esplodere nella Pasqua del Signore

Domenica delle Palme
 
Cammino verso la pasqua, per spezzare


il pane, 


contemplare il Crocifisso


attendere il Risorto, 



innalzare l’inno di lode e di adorazione


e unirsi alla gioia di tutta la terra, 



che scende dal Cielo.




venerdì 11 marzo 2016

La misericordia divina è più forte del peccato degli uomini". Papa Francesco


«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».

Domenica quinta di quaresima – Anno C



Dal vangelo secondo Gv 8,1-11

Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più».

Parola del Signore!

Enzo: Il racconto comincia di sera, dopo una giornata di insegnamento nel tempio: ciascuno tornò a casa sua e Gesù raggiunse il monte degli Ulivi, come era solito fare, secondo Luca. Di buon mattino è di nuovo nel tempio e insegna al popolo, cioè interpreta la legge con sapienza, Gesù è riconosciuto Maestro. E come Maestro è sottoposto da scribi e farisei a un suo pronunciamento circa l'adulterio commesso da una donna che i dottori della legge condussero davanti a lui.

Il parere chiesto a Gesù non è chiaro.
Secondo Lev 20,10 l’adulterio comporta la condanna a morte senza che sia specificato il modo: “Chiunque commetta adulterio con la donna del suo prossimo, siano messi a morte l’adultero e l’adultera”.

Nel Deut 22, 23-24 viene precisata la lapidazione per il caso di una donna vergine, cioè non sposata: “Se una giovane vergine è fidanzata a un uomo, e un altro uomo la trova in città e giace con lei, li condurrete fuori tutti e due, alla porta di quella città, e li lapiderete; moriranno, la giovane perché non ha gridato nella città (cioè ha acconsentito), l’uomo perché ha umiliato la donna del suo prossimo”.
 
Possiamo dedurre che la donna adultera di Giovanni doveva essere lapidata perché era vergine non sposata, fidanzata, perché solo per la fidanzata infedele era prevista la pena della lapidazione. Potrebbe dunque trattarsi di un linciaggio spontaneo, perché al Sinedrio era stato proibito dai Romani condannare a morte qualcuno e a questa condanna Gesù era invitato a dare la sua adesione. 
 
Annota Giovanni: “Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo” Accusarlo di cosa? Un tranello!
Se Gesù approvava la lapidazione richiesta dalla legge mosaica, non solo si ribellava al potere romano (che era il solo a eseguire una condanna di morte), ma nello stesso tempo cadeva in contraddizione con la parte più innovativa del suo insegnamento che parlava di un Dio misericordioso alienandosi la simpatia della gente, ma nel contempo, non approvando la condanna, disubbidiva alla legge di Mosè.

Il testo sembra un po' frettoloso, forse per incentrare meglio il racconto su Gesù sottoposto a una prova difficile che mostrerà o la sua debolezza o la sua forza.
Gesù osserva dei momenti di silenzio: “Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”, un diversivo per far riflettere gli accusatori, forse perché

-mancavano i testimoni, come prevedeva Dt 17,7, che dovevano essere loro a scagliare la prima pietra contro il trasgressore della legge condannato alla lapidazione. “La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire; poi la mano di tutto il popolo” (Dt 17,7).
- mancava anche l'uomo con cui essa ha peccato e che doveva essere ben più responsabile di lei e lapidato anche lui.


Immagino il silenzio assoluto degli accusatori alle parole di Gesù: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”.

E mentre Gesù continuava a scrivere per terra “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo”.
Commenta Sant'Agostino: “ Rimasero in due, la misera e la misericodia”.

“Va' e d'ora in poi non peccare più”: nessuna condanna. Le uniche parole della donna furono: nessuno mi ha condannata. Non ha espresso sentimenti di perdono, le sue parole, possiamo immaginare, esprimono gratitudine, ringraziamento, respiro di sollievo.

La risposta di Gesù è apertura verso la vita e non chiusura nella morte, non è di condanna ma di comprensione, non ha fatto la “romanzina”, come forse avremmo fatto noi.
La morale del racconto è chiara: la legge non è cancellata, il peccato rimane peccato, ma Dio offre sempre la sua misericordia al peccatore affinché si stacchi dal suo peccato. La legge, cioè, è diventata “umana”, cammino di vita e di riscatto e Gesù si è rivelato come maestro di saggezza e di umanità. 
 
                                         In Gv 12,47 leggiamo:  “Se qualcuno ascolta le mie parole 
 
e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono 

venuto per condannare il mondo, ma per salvare il 

mondo”. 
 


E' proprio vero che ogni pagina dei vangeli è lezione di amore e misericordia: è da stolti non seguire Gesù.
" La misericordia può guarire le ferite e può cambiare la storia. Apri il tuo cuore alla misericordia! La misericordia divina è più forte del peccato degli uomini". Papa Francesco 

 
Mariella: Volevano fare cadere Gesù in una trappola.
"Ma Gesù si chinò e cominciò a scrivere con il dito per terra". La risposta di Gesù è dunque accompagnata dal silenzio: Egli compie un gesto simbolico: si china e segna col dito la terra. Riporto una frase che mi ha particolarmente colpito leggendo un commento a questo brano.

- La Legge nuova è scritta da Colui che si è abbassato per scriverla sulla fragilità della terra, non più sulla durezza di tavole di pietra -

"Ma siccome quelli insistevano nell'interrogarlo, Gesù si alzò e disse: Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra".
Ora Gesù si alza per rispondere a quanti insistono, esprime il suo giudizio, non per condannare, ma per insegnare, perché ciascuno prenda coscienza di se stesso e con estrema verità valuti la colpa di quella donna. Infatti non può esserci giudizio verso l'altro se non si giudica prima di tutti il proprio operato, la propria fragilità, la propria colpa. “Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei”.

Poi Gesù si china di nuovo e continua a scrivere sulla terra: continua il suo segno profetico. Nel silenzio ricomincia a scrivere per terra, ed accade qualcosa di nuovo: "se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani".
"Lo lasciarono solo"


Ecco la solitudine di Gesù: Lui solo è la vita della comunità, Lui solo è l'amore che perdona. Nessuno nella comunità può sovrapporsi a Lui: Lui solo è la Legge "nuova".Lui solo ha il potere della verità.

"E la donna era là in mezzo": non è più in un tribunale, sotto accusa, ma è al centro dell'amore; non è più l' "adultera", ma è la donna a cui è stata restituita la dignità di figlia, non è più oggetto di giudizio, ma un soggetto che parla, che risponde a Colui che la interroga senza disprezzo, ma con amore.
Infatti la logica di Gesù non è la condanna: Egli conosce il peccato ma sa che l'unico rimedio è l'amore per il peccatore, l'unica medicina è il perdono che tocca il cuore e rigenera, perché chi ha sbagliato non cada più nell'errore.


In questo sta il potere di Gesù, restituire la vita a chi l'aveva persa a causa del peccato. Nessuno è più forte di Lui, Egli ha vinto la morte con a vita, ha vinto le tenebre con la Luce, non esiste manifestazione più grande della sua regalità.

Bellissima la conclusione del brano, Gesù rivolto alla donna dice: “và e d'ora in poi non peccare più”. In queste parole c'è tutto l'amore di cui Egli è capace, amore che rivolge anche a ciascuno di noi, che nella nostra umanità sentiamo i limiti del nostro andare, un andare carico di errori, spesse volte voluti e ripetuti, ma sempre perdonati da Colui che ci ha amati per primo. 
 
Và, guarda avanti, non voltarti indietro, Dio ti ha rigenerato nel perdono, ha fatto di te una cosa nuova, ha aperto una strada nel deserto del tuo cuore. 
 
Nella seconda lettura di domenica prossima san Paolo nella lettera ai Filippesi dice: “dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta”.
 Ecco ciò che siamo chiamati a meditare. Il perdono che abbiamo ricevuto annulla il passato e apre al futuro, apre alla riconciliazione con i fratelli, apre all'amore vicendevole. Ogni discepolo sperimentando l'amore misericordioso del suo Signore, è invitato a cambiar vita, a non peccare più, a non giudicare, ma ad amare , e amando salvare i fratelli che vivono nel peccato. Solo così potremo raggiungere la meta e ottenere il premio che Dio ci chiama a ricevere lassù.