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B E N V E N U T O !! Lo Spirito Santo illumini la tua mente, fortifichi la tua fede.


sabato 19 dicembre 2015

L'incontro di due cugine benedette da Dio



L'incontro di due madri in attesa, diventa l'incontro del frutto che hanno in grembo

QUARTA DOMENICA D'AVVENTO – ANNO C




Dal Vangelo scondo Luca 1,39-45


In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».



Parola del Signore!

Mariella: La liturgia della quarta domenica di Avvento ci introduce ormai al mistero del Natale, mistero di un Dio che s'incarna in una donna, mistero di una vita che si fa dono, mistero di una vita nello Spirito, che ha in Maria la sua piena realizzazione.
Nel Vangelo dell'Annunciazione che abbiamo ascoltato nella festa dell'Immacolata vi è l'incontro fra il Creatore che interpella la volontà umana e la creatura che offre la sua disponibilità incondizionata. La Visitazione di Maria ad Elisabetta è la logica conseguenza di ciò che significa fare la volontà divina, ossia quando Dio fa irruzione nella vita di una persona, questa non può far altro che “alzarsi e correre” per annunciare ciò che è avvenuto in lei, è l'ansia missionaria di chi, abitato dallo Spirito Santo, sente forte il desiderio di portare ad altri la lieta notizia.

Alzarsi è anche il verbo della resurrezione e la fretta di Maria è simile a quella delle donne che all'alba del giorno della Pasqua trovano il sepolcro vuoto e corrono per dare la notizia agli undici apostoli.
Il brano evangelico è di una bellezza unica, l'incontro di queste due donne che portano la vita nel loro grembo, Maria sorpresa dalla sua inattesa maternità ed Elisabetta sconcertata per una maternità da tutti ritenuta impossibile. In queste due creature sono presenti tutti i sentimenti possibili: lo stupore, il turbamento, la meraviglia, la paura, il desiderio di condivisione, la gioia ed il ringraziamento. Sono sentimenti umani che raggiungono il loro apice nell'incontro dei loro cuori.

Maria entra nella casa di Zaccaria e saluta Elisabetta, non sappiamo con quali parole la saluta, sappiamo però che la sua presenza, la sua grazia, la sua bellezza, l'amore che porta in sé fanno sussultare di gioia il bambino nel grembo di Elisabetta. Non vi è nulla di particolare in questo saluto, tutto è normale, eppure tutto diventa nuovo, tutto si riempie di mistero, tutto è pervaso dallo Spirito di Dio.

Ormai lo Spirito è operante, trasforma la vita di ogni persona che si apre alla volontà di Dio. Elisabetta finalmente è liberata dalla sua solitudine ed angoscia, si era nascosta per cinque mesi, l'incontro con Maria la riempie di gioia, finalmente è finita la tristezza della donna che non aveva creduto all'amore di Dio.

 Elisabetta è stupita, illuminata dallo Spirito coglie in Maria la presenza operante di Dio ed esclama con parole profetiche: “ Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!” Maria è beata perché ha creduto nell'adempimento della Parola del Signore, ella è credente ed annunciatrice della fede.
Anche oggi Beati sono tutti coloro che credono in Dio, al suo amore, alla sua opera di salvezza e rendono testimonianza della propria fede. Beati anche noi quando crediamo e ci alziamo per correre verso quanti oggi sono bisognosi come Elisabetta di ricevere una testimonianza di fede e di verità!

Ed ora vorrei dare voce a Padre Augusto che ci fa riflettere sulla figura di Maria:

“Fratelli e sorelle, se vorremo avere partecipazione alla gloria di Cristo in maniera piena come
Maria, non abbiamo altro da fare, che mantenere salda la lampada della nostra fede in tutte le
stagioni, in tutte le vicende della nostra vita. E' facile credere quando tutto và bene, diventa
meno facile credere, anzi per alcuni addirittura assurdo credere quando tutte le speranze
sono crollate, ma la fede ci fà ripetere le stesse parole dell'angelo a Maria “Nulla è impossibile a Dio” come Dio ha creato dal nulla, così dal nulla può fare risorgere dalle ceneri dei nostri fallimenti una nuova vita, dalle cadute delle nostre speranze un nuovo orizzonte”.

Enzo: L'evangelista Luca misura le parole in questo piccolo brano, indica ogni azione, ogni movimento, incontro, ogni parola come se volesse farci capire l'intensità della gioia che stavano vivendo le due cugine, due anime benvolute da Dio. L'incontro delle due donne incinte permetterà l'unico incontro tra i due nascituri e per noi la gioia del prossimo avverarsi della nostra salvezza.
Dopo la stupenda esperienza di Nazaret che la promuoveva a ruolo di Madre di Dio, Maria non appare una creatura beata in se stessa, isolata nella sua intimità divina, bensì un essere corporeo, fatto di concretezza, di sensibilità e di disponibilità. Ella lascia la mistica tranquillità della sua casa e si mette in strada.

Si alzò, andò in fretta verso la regione montuosa dove si trovava la cugina. Sicuramente non vi andò da sola , forse c'era anche Giuseppe, forse si era affiancata ad una caravana., erano ben 150 KM!Quei due verbi si alzò, andò possono sembrare che Maria agì frettolosamente. Non è questo il modo di agire di una persona “piena di Grazia”. E' lamore che Luca vuole mostrarci, con cui Maria si reca dalla cugina per prestarle aiuto in un momento così delicato e importante.

Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta: non perde tempo Maria ad abbracciare la cugina:. IL bambino sussultò nel grembo di Elisabetta. L'incontro tra i due piccoli riempie Elisabetta di Spirito Santo, che profetizza, come a ricambiare il dono della presenza della cugina con una lode “Benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”, il frutto del suo grembo che la rende due volte madre, di Gesù uomo e di Gesù Dio.
Le parole che seguono documentano lo spessore teologico che attraversa i concepiti più che le madri: “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?”. Le sue parole ci rivelano il mistero che Maria affidava alla segretezza della sua intimità, e contemporaneamente viene rivelato il rapporto autentico con Dio di Maria, il carisma di essere la “madre del mio Signore”: ancora una volta le parole di Elisabetta apre i suoi occhi e il suo cuore alla devozione verso la fortunata cugina.
L'incontro di due madri in attesa, diventa l'incontro del frutto che hanno in grembo; Giovanni percepisce la presenza del suo Signore l quale preparerà la strada ed esulta, esprimendo con il suo sussultare la gioia a contatto con la salvezza , che Maria potrà formalizzare nel canto che segue, che in questa domenica non leggiamo., il Magnificat.

Maria è la sintesi delle meraviglie che Dio ha sempre fatto nella storia dell'umanità. Maria è capace di leggere la sua personale esperienza e ci è di esempio nel riconoscere la nostra storia personale con Dio e contemporaneamente la storia universale.


Solo così, imitando Maria, la nostra "piccola" storia potrà fermentare la "grande" storia del mondo.



venerdì 11 dicembre 2015

Viene colui che è più forte di me...

Domenica terza di avvento – Anno C

Che cosa dobbiamo fare? Il Messia è vicino.



Dal vangelo secondo Lc 3,10-18

Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Parola del Signore!


Enzo: Oggi ci facciamo la stessa domanda delle folle che si avvvicinavano a Giovanni Battista: che cosa dobbiamo fare in questo periodo di attesa del Messia?
La predicazione di Giovanni, secondo l'evangelista Luca è centrata sul battesimo di conversione sul perdono. Il popolo ebreo, da secoli in attesa del Salvatore di Israele, vede nella predicazione di Giovanni l'inizio di un'era nuova a cui bisogna prepararsi con la conversione, con un cambiamento di vita.

Giovanni chiede a coloro che incontra di mutare condotta, di tenere un comportamento che testimoni una vera conversione. Sfilano davanti al Battista tre categorie di persone diverse, che rivelano l'interesse di Luca di comunicare una dimensione universale della redenzione.Che cosa dobbiamo fare, chiedono le folle, i pubblicani, i soldati: una processione di persone appartenenti a diverse categorie sociali.

La folla di Ebrei, forse persone semplici che devono compiere "frutti degni di conversione", cioè che
testimonino un autentico mutamento di vita, un invito alla condivisione dei propri beni, alla pace.

I pubblicani, cioè gli esattori delle tasse e i loro subalterni, sono invitati al rigore della giustizia evitando corruzioni e vessazioni. Pur continuando il loro mestiere sono esortati ad esercitarlo con onestà, affinché non fossero aumentate le tasse a svantaggio della povera gente.

I soldati, non sono biasimati per la loro professione, ma sono invitati al superamento di ogni tipo di violenza, a non abusare della loro autorità per ottenere promozioni o umiliare i poveri.

Il Battista è visto come “Maestro”, forse negli animi di chi lo avvicinava esisteva il dubbio che Giovanni fosse lui il Messia: sarà lui?Ma la figura del Battista è tutta protesa verso un altro personaggio e un altro battesimo "in Spirito Santo e fuoco". Viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
Giovanni, “mandato da Dio, venne come testimone per dare testimonianza alla luce, la luce vera che illumina ogni uomo”.
Nei confronti di Cristo, Giovanni si sente simile a uno schiavo del livello infimo: lo sciogliere il legaccio dei sandali era un atto che un padrone non poteva esigere dal suo servo ebreo, perché considerato troppo umiliante. Giovanni non negò esplicitamnente di essere il messia, tuttavia ne affermò l'autorità presentandolo come il “più forte” che avrebbe purificato dai peccati mediante il dono dello Spirito Santo e come giudice escatologico.
“Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Con il battesimo “in Spirito santo e fuoco” si fa riferimento al giudizio finale, che avrebbe attuato il Messia, quale giudice universale per separare i buoni dai cattivi, prima del compimento del regno. Il Messia “pulirà la sua aia per raccogliere il suo frumento nel granaio ( il battesimo in Spirito, per coloro che ascolteranno la sua parola), e brucerà la paglia con fuoco che non si spegne (il battesimo di fuoco, per coloro che non hanno voluto ascoltare il suo messaggio).

Ma il fuoco è anche simbolo biblico dell'amore di Dio che purifica da ogni peccato per chi ritorna a lui; e lo Spirito Santo è la salveza e la vita divina che Gesù conferisce mediante la grazia.
Ecco la vera distinzione e la ricchezza della novità che arrecherà Gesù rispetto al semplice battesimo con acqua “segno” di conversione.

La liturgia di questa terza domenica di Avvento si è aperta con un invito improvviso a gioire. “Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto rallegratevi: il Signore è vicino”. Sono parole che l'apostolo Paolo scrive nella lettera ai cristiani della città greca di Filippi e che noi in questa domenica ascoltiamo per esteso nella seconda lettura. La lettera fu scritta dalla prigione, dove l’apostolo era stato rinchiuso a causa della predicazione. Da lì esorta ripetutamente alla gioia. Esortazione giustificata dalla vicinanza del Signore Gesù, la cui venuta alle prime comunità cristiane sembrava dovesse essere prossima.
Invita anche noi a gioire, ancora pochi giorni celebreremo il Natale del Redentore.
“La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù”


Gioiamo, il Signore è vicino. Rallegriamoci perchè arriva con Lui la salvezza.

Mariella: La terza domenica d'Avvento è chiamata “Gaudente” ossia domenica della gioia e infatti tutte le tre letture sono un invito a rallegrarci nel Signore, a gioire per la sua vicinanza.
“Gioisci...esulta...rallegrati...” così grida il profeta Sofonia nella prima lettura, perché “il Signore è in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura, Egli è un salvatore potente.”
Anche l'apostolo Paolo nella seconda lettura ci esorta: “Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto, rallegratevi”
E nel Vangelo, Giovanni il Battista, annuncia la buona notizia della venuta del Signore: “Io vi battezzo con acqua, ma viene colui che è più forte di me....Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.

La vicinanza del Signore è dunque la vera gioia di ogni cristiano, una gioia che nessuno mai potrà toglierci. Lui solo può appagare i desideri più nascosti nel cuore dell'uomo, Lui solo può trasformare la disperazione in speranza, Lui solo può dare un senso alla vita.

In quel tempo le folle s'interrogavano: “Che cosa dobbiamo fare?” Erano folle in attesa, desiderose di capire come orientare la propria vita, come convertire il proprio cuore, perché come dice Enzo Bianchi: la gioia non è soltanto un dono del Signore, ma anche uno stato da ricercare e da conseguire con sforzo e con impegno!

La gioia del cristiano ha un fine! Il fine non e' quello del proprio interesse egoistico, ma quello legato ai fratelli, viene risproposto il tema delle due precedenti domeniche, l'amore deve sovrabbondare sempre! Infatti la gioia è strettamente legata alla carità, perché si è contenti se ci si sente più buoni, più generosi. Amare equivale a condividere la gioia.

La Parola di Dio dunque entra nel cuore e ci fa prendere coscienza del fatto che qualcosa dev'essere cambiato. Noi siamo stati battezzati non solo con acqua, ma nello Spirito di Cristo ed in questo stesso Spirito dobbiamo pensare ed agire.

La risposta che Giovanni da alle folle è semplice e straordinaria: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto.” La condivisione dei beni esige un cuore fraterno.
“ Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato....non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, accontentatevi delle vostre paghe...” L'onestà, l'equilibrio nel modo di comportarsi, sono tutti cambiamenti che stanno a significare che un grande rispetto e amore verso il prossimo.

L'attesa del Messia si compie tra carità e giustizia, tra misericordia e rispetto, tra tenerezza e compassione.
Soltanto dando amore agli altri, siamo inondati dalla grazia divina. Questo è quanto il Signore ci chiede nell'attesa della sua venuta. 
 

Vogliamo convertire 


i nostri cuori all'amore?



lunedì 7 dicembre 2015

Buon Compleanno Maria, madre di Dio e nostra

OTTO DICEMBRE FESTA DELL'IMMACOLATA 

CONCEZIONE DELLA VERGINE MARIA



GiovanniTiepolo,Immacolata Concezione









Non tutti sanno che...

Già celebrata dal secolo XI, la solennità dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria si inserisce nel contesto dell’Avvento e del Natale, congiungendo l’attesa messianica e il ritorno glorioso di Cristo con la memoria della Madre. In tal senso questo periodo liturgico deve essere considerato un tempo particolarmente adatto per il culto della Madre del Signore. Maria è la tutta santa, immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa nuova creatura. Già profeticamente adombrata nella promessa fatta ai progenitori della vittoria sul serpente, Maria è la Vergine che concepirà e partorirà un figlio il cui nome sarà Emmanuele.



Che cosa vuol dire Immacolata Concezione?

Vuol dire che la Vergine Maria, pur essendo stata concepita dai suoi genitori (sant’Anna e san Gioacchino) così come vengono concepite tutte le creature umane, non è mai stata toccata dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento.

Perché la Vergine Maria è stata concepita immacolatamente

La risposta sta nel fatto che la Vergine Maria non solo avrebbe dovuto concepire il Verbo incarnato e quindi portare con sé, nel Suo Grembo, il Dio fattosi uomo; ma anche perché avrebbe dovuto dare al Verbo incarnato la natura umana. Il catechismo afferma che Gesù Cristo è vero Dio ma anche vero uomo, nell’unico soggetto che è divino. Si tratta dell’unione ipostatica. Ebbene, non si può pensare che Dio, somma perfezione e somma purezza, possa aver ricevuto la natura umana da una creatura toccata –anche se brevemente – dal peccato e, quindi, in quanto tale, soggetta in qualche modo all’azione del Maligno.


Murillo, L'Immacolata Concezione

In che parte del Vangelo si può facilmente dedurre che la Vergine Maria è Immacolata? 

Nell’Annunciazione l’Angelo saluta Maria con l’appellativo “Piena di Grazia”. Tali parole fanno chiaramente capire che non si tratta semplicemente di un saluto rivolto a chi è nello stato di Grazia, ma a chi è totalmente pieno della Vita di Dio, totalmente pieno di questa Vita perché costitutivamente immacolato.


 

Chi ha promulgato il dogma dell'Immacolata?

 Il dogma fu promulgato nella Cappella Sistina dal beato Pio IX l’8 dicembre 1854. Il Pontefice, durante il suo esilio in Gaeta (1849-1851) – dovuto alla Rivoluzione mazziniana che nel 1848-1849 aveva portato alla costituzione della Seconda Repubblica Romana, per sua natura massonica e anticristiana – aveva fatto voto in una cappella dedicata all’Immacolata che, qualora avesse ricevuto la grazia del ritorno a Roma e del ripristino dell’ordine cristiano nell’Europa allora sconvolta dalla Rivoluzione, avrebbe appunto impegnato tutto se stesso nell’attuazione della proclamazione del gran dogma mariano. Come Pio IX ebbe poi a dire, sentì tale esigenza come una chiamata interiore, che ricevette mentre era assorto in preghiera dinanzi all’immagine dell’Immacolata.






venerdì 4 dicembre 2015

“La Parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.”

Il Signore verrà a salvare i popoli e farà sentire la sua voce

  potente per la gioia del vostro cuore.
Seconda Domenica di avvento - Anno C – 6 dicembre 2015


Dal vangelo secondo Luca 3,1-6

Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate isuoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato
; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!



Parola del Signore!


Enzo: I primi versetti del brano del vangelo di questa seconda domenica di avvento sono un quadro della situazione politico-religiosa in cui il precursore comincia la sua manifestazione, dall'imperatore di Roma al pontificato di Anna e Caifa. L'evangelista Luca mira soprattutto alla presenza storica della persona di Gesù e alla sua missione, all'instaurazione del REGNO DI DIO, destinato a sostituire tutte le dominazioni terrrene.
A differenza degli altri evangelisti Luca abbonda nella sua enumerazione richiamando accanto alla Galilea e Giudea nomi di uomini pagani: ci ricorda così che non solo Israele ma anche i pagani saranno chiamati a passare sotto la regalità dell'Unto del Signore.

In questo periodo storico “la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. Bel modo di presentare Giovanni, ultimo profeta dell'antica alleanza e il primo profeta del nuovo testamento, annunciato secoli prima dal profeta Isaia. Pieno della parola di Dio, ispirato da Dio, Giovanni il precursore precede l'avvento del Messia, l'unto del Signore, la Parola stessa di Dio, Gesù di Nazaret. Quando quella “Parola” si farà visibile, Giovanni scomparirà.

Tutto avviene nel deserto, nel silenzio, sì nel silenzio perché la parola di Dio qui parla, è incisiva, converte, coinvolge. Giovanni diventa la voce di Dio che si farà sentire nel deserto dell'anima di chi lo ascolterà, perché Dio non abita nella confusione, nel frastuono del mondo.

La missione di Giovanni è quella di tutti i profeti: riportare il popolo al suo Dio. La conversione è il tema abituale della predicazione profetica. Il grido di Giovanni “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” non risuona invano in quanti si mettono in ascolto della Parola di Dio. Infatti “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”, scriverà agli Ebrei l'aposotolo Paolo (Ebr 4,12).

Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”:

La “via” da preparare non è più quella che attraversa il deserto, da Babilonia a Gerusalemme, bensì quella più breve, però più insidiosa che va dalla mente al cuore, alla volontà dell’uomo, e dove si annidano angolosità di ogni genere che ne ostacolano e ne impediscono la percorribilità.

Giovanni accompagna la sua predicazione con l’invito a sottoporsi a un rito simbolico che di per sé non realizzava ma indicava il cambiamento di vita che il penitente si proponeva di attuare. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”.
Il “battesimo” consisteva in un’immersione e riemersione nelle e dalle acque del Giordano. Con tale gesto l’uomo segnalava ai presenti che nel suo intimo si andava verificando come un’abluzione spirituale, un rinnegamento delle sue vecchie abitudini con l’intento di far subentrare un nuovo regime di vita, fatto di umiltà, bontà, mansuetudine, lealtà.

Le parole pronunciate o poste in bocca a Giovanni provengono da Is 40, 2-5 e sono quelle con cui il grande profeta postesilico annunzia ai suoi connazionali la fine della schiavitù babilonese e il ritorno in patria. Il Battista annuncia ai suoi fratelli ebrei e a tutte le nazioni la fine della schiavitù dal male dell'anima.
Possiamo dire che Giovanni predica un annuncio di consolazione e non di un oracolo di sciagure,la sua predicazione ha un accento nuovo, anche se assumerà la figura di un predicatore arcigno e catastrofico (Lc 3, 7-18), ma in questi primi tratti della sua missione è un annunciatore di buone notizie, in altre parole del “vangelo”, la BUONA NOTIZIA. 
 
Ciò che conta è sapere accogliere questa notizia, farle spazio nel silenzio del proprio cuore in questo tempo di riflessione e di attesa.

Mariella: Da domenica scorsa abbiamo ripreso la lettura del Vangelo di Luca, il più attento fra gli evangelisti ad affrescare l'attività pubblica di Gesù nel contesto della dimensione storica dell'epoca, egli vuol farci incontrare una persona precisa che è entrata nella storia umana e con il dono totale di sé l'ha salvata, ma di questo Enzo vi ha già dato ampia spiegazione.

Luca colloca la missione di Giovanni il Battista ed il lieto annuncio di Gesù all'interno della storia universale per sottolineare che la salvezza è per ogni uomo, per l'intera umanità!
Nel brano abbiamo letto: “la Parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.” La Parola di Dio è dunque il vero soggetto capace di dare un senso nuovo alla storia dell'uomo.

Qui la Parola è su Giovanni, che senza nessun protagonismo diventa profeta, perché da essa si lascia afferrare e trasformare. La Parola lo raggiunge nel deserto, luogo privilegiato all'ascolto, luogo di solitudine e povertà, dove solo Dio è presente e fa ascoltare la sua voce. In Giovanni risuona la profezia di Isaia e di questa profezia Giovanni si fa annunciatore itinerante: “Voce di uno che grida nel deserto....”

E' un profeta che grida perché deve farsi spazio nel chiasso assordante di questo mondo, vuole aprire nel deserto la via al Signore, vuole scuotere le coscienze spesso assopite, vuole chiamare a conversione ogni cuore, vuole indicare l'unica salvezza possibile, grida, la sua è una voce di speranza.

“Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”
Ma per fare questo c'è bisogno di abbassare tante asprezze di orgoglio e di arroganza, c'è bisogno di colmare tanti avvallamenti fatti di indifferenza ed autosufficienza, c'è bisogno di raddrizzare tanti cammini deviati.

Anche su di noi scende la Parola di Dio e fa germogliare virgulti di speranza, anche su di noi vuole aprire un varco di salvezza, anche su di noi il Signore vuole contare per raggiungere altre persone, Egli ha bisogno di umili semplici, insignificanti profeti capaci di trasmettere con una testimonianza coerente e fedele la sua Parola.

Ma siamo noi cristiani attenti alla voce di Dio, capaci di silenzio e di stupore, per poter accogliere l'annuncio di Giovanni che grida nel deserto del nostro cuore?

Siamo anche noi profeti di speranza?

«Siate profeti, non sparlate, perdonate. E sorridete» 

Papa Francesco


venerdì 27 novembre 2015

Tutti dobbiamo comparire davanti al Figlio dell'uomo

Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.

Domenica prima d'Avvento – Anno C - 29 novembre 2015


Dal vangelo secondo Luca 21,25-28; 34-36

Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. , perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

Parola del Signore!

Enzo: Al leggere questo brano una domanda è d'obbligo, improvvisa: ma non incomiciamo con la prima domenica d'avvento prepararci a ricevere Gesù che nasce? Perchè la Chiesa ci propone questo brano della fine dei tempi? Daremo due risposte : la prima esegetica del brano come Luca ce lo presenta, la seconda applicata al tempo liturgico che iniziamo con questa prima domenica d'avvento.

Prima risposta :Spiegazione esegetica del brano, di don Antonio Schena:

Il lungo discorso che si legge in Luca 21 appartiene al genere apocalittico: vengono descritti gli ultimi tempi come tempi di guerre e di divisioni, di terremoti e di carestie, di catastrofi cosmiche.
Questo linguaggio ampiamente presente nel discorso di Gesù, non è il messaggio, ma semplicemente il mezzo espressivo che tenta di comunicarlo. Nessuna di queste frasi deve essere presa alla lettera.

Il discorso apocalittico nasce dalla convinzione che la storia cammina, sotto la guida di Dio, verso una salvezza piena e definitiva. Le delusioni e le continue contraddizioni della storia non riusciranno mai a demolire tale speranza, anzi serviranno a purificarla e a insegnare che la salvezza  è, al di là dell’esistenza presente, opera di Dio e non solo dell’uomo.

Il discorso apocalittico invita i credenti – che ora sono i cristiani coinvolti nelle persecuzioni e amareggiati dall’odio del mondo – a rinnovare la loro fiducia nella promessa di Dio e a perseverare nelle scelte di fede e a non cadere in compromessi: “neppure un capello del vostro capo perirà”.
Il discorso di Gesù in Luca 21 è un intreccio di notizie e di avvertimenti.

Le notizie: falsi profeti pretenderanno parlare in suo nome e assicurare che la fine è vicina: ci saranno guerre e rivoluzioni, popolo contro popolo e regno contro regno. Questi avvenimenti - eresie, guerre e persecuzioni – non esauriscono il panorama della storia e delle sue contraddizioni, ma Gesù li considera come situazioni tipiche e ricorrenti, situazioni che il discepolo deve essere pronto ad affrontare.

Gli avvertimenti, sono pochi e semplici: non lasciatevi ingannare, non vi terrorizzate, non preparate la vostra difesa. Il vero discepolo rimane ancorato alle parole del suo Maestro e non ha bisogno d’altro. Le novità non lo attirano, né cede alle previsioni di chi pretende conoscere il futuro. Per orientarsi gli bastano le parole del Signore.

Di fronte alle guerre e alle paure che così spesso angosciano gli uomini, il vero discepolo non si fa illusioni e non cade in facili ottimismi, tuttavia rimane fondamentalmente sereno e fiducioso.
La persecuzione, le divisioni, l’odio del mondo non sono i segnali di un’immediata fine del mondo, ma un’occasione di testimonianza e di perseveranza. Si attende il Signore testimoniando e perseverando, non fantasticando sulla vicinanza della fine del mondo.

Luca, conforme a tutta la tradizione evangelica, ripete che la liberazione è vicina (21,28). Questo non significa che il ritorno del Figlio dell’uomo sia oggi o domani, perché i segni premonitori (guerre e persecuzioni) sono i fenomeni presenti in ogni momento della storia. In altre parole Luca vuol dirci che il tempo presente è ricco di occasioni salvifiche che Dio stesso ci offre. Vigilare, quindi, significa non avere il cuore “appesantito”. Il ritorno del Figlio dell’uomo non sarà preceduto da segni premonitori prevedibili e rassicuranti: giungerà all’improvviso. Ciò che conta, dunque, è stare attenti a non lasciarsi sorprendere.



Seconda risposta: Perchè la Chiesa ci propone questo brano della fine dei tempi.



Enzo: Come tutti sappiamo i Vangeli ci parlano di due venute al mondo di Gesù: la prima riguarda la nascita di Gesù, il Messia inviato dal Padre per la nostra salvezza, atteso e sperato dal popolo ebreo, popolo eletto, per tantissimi secoli. Questo periodo di avvento ci preparerà a festeggiare l'anniversario della nascita di Gesù. Ci si prepara come realmente dovesse venire tra noi per la prima volta, con preghiere, qualche buona azione, e ci si sente migliori a causa della grazia che arriva come premio della nostra buona volontà.
Riceviamo la grazia che possiamo chiamare liberazione da ogni oppressione: Gesù viene, anzi fa sentire la sua presenza nei nostri cuori. Gesù vuole che facciamo festa.

L'evangelista Luca non fa alcun accenno al giudizio finale, si limita ad esortare a una condotta corretta nella quotidianità della vita e alla preghiera incessante per comparire dinanzi al Figlio di Dio: “Vegliate in ogni momento pregando...”

Il discorso escartologico assume così un'impronta rassicurante che fonda in modo ottimistico la speranza della salvezza, atteggiamento fondamentale in attesa dell'incontro personale col Signore. Dobbiamo forse aspettare la fine del mondo per l'incontro col Signore Gesù? Santa Teresa d'Avila pensando all' incontro con Gesù credeva di morire al solo pensiero di non poterlo incontrare presto.
“Vegliate in ogni momento pregando...” Speranza e vigilanza diventano così i due percorsi essenziali su cui il credente cammina nel tempo. La speranza rende vigile la nostra vita, custodisce agile il nostro cuore, ravvivando in esso il continuo desiderio dell'incontro con Colui che viene, e che verrà.

Le parole di Gesù riguardano ognuno di noi, non sono dettate soltanto in proiezione della sua seconda venuta. Diceva il grande Gandi: “vivi come se dovessi morire domani. Agisci come se dovessi vivere per sempre”. Attendiamo con gioia l'incontro definitico con Lui, in un momento di grande gioia, non esplicitamente espressa, ma inclusa nelle due espressioni “risollevatevi e alzate il capo” e “la vostra liberazione è vicina”.



Mariella: L'Avvento, questo primo tempo dell'anno liturgico, inizia con un grande invito alla vigilanza che il Signore esprime con le parole: “Vegliate in ogni momento pregando...” Questa vigilanza orante è necessaria prima di tutto per sfuggire a ciò che sta per accadere, ma soprattutto per comparire davanti al Figlio dell'uomo. Il termine “comparire” può essere meglio compreso col termine “restare” davanti al Signore, ossia vivere il tempo che il Signore ci concede, costantemente alla sua presenza, non cercando di fuggire, anche quando gli eventi della vita si fanno drammatici e la paura ci assale, ma cercando di usare i criteri di discernimento che Lui ci offre, conservando la speranza, la forza, la costanza, tipiche del vero cristiano che confida nel suo Signore.

E' dunque tempo di svegliarsi dal sonno di una fede debole ed incerta, dal torpore di una fede statica e spenta, è tempo di aprirsi al vero incontro con Cristo, morto e risorto, dal quale scaturisce una luce senza tramonto.

Questi giorni di Avvento ci ricordano che l'ascolto della Parola, il costante dialogo con Dio attraverso la preghiera, la frequentazione ai Sacramenti, sono nutrimento quotidiano per chi desidera mettere la sua vita nelle mani del Signore, camminare alla Sua presenza.
In questi giorni di preparazione al Natale siamo invitati a diventare frammento di terra buona, nella quale il seme del Verbo possa cadere facilmente, attecchire e germogliare in tutto il suo splendore.

Il tempo di Avvento ci invita ad alzare lo sguardo e ad aprire il cuore per accogliere Colui che è atteso dal mondo intero. Quanto grande è il desiderio di un mondo nuovo. Un mondo nel quale non ci siano più fame, ingiustizie, guerra.

La liturgia raccoglie questa grande attesa e la dirige verso il giorno della nascita di Gesù, è Lui infatti che salverà il mondo. A questa speranza fa riferimento la prima lettura dal profeta Geremia: “Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d'Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra" (Ger 33,14-15)

Quei giorni stanno arrivando, il Natale è alle porte, eppure noi non ce ne accorgiamo, presi dal nostro egocentrismo, dai troppi interessi terreni. Siamo piegati su noi stessi su un'esistenza carica di problemi, di preoccupazioni, di vizi e di facili illusioni, non sappiamo più gioire nell'attesa, sciupiamo tutti i nostri giorni e non sappiamo più aprire i nostri occhi verso nuovi orizzonti tracciati da Dio.

“State svegli e pregate” ecco come vivere il tempo dell'attesa fino a Natale. Non ci viene chiesto di fuggire dai nostri giorni. Al contrario, questo tempo è opportuno per maturare un senso realistico di sé e della vita, per porci domande concrete su come e per chi spendiamo la nostra vita. Vigilanza e preghiera sono strettamente connesse fra loro, chi non attende non sa cosa significa pregare.

Non passi giorno dunque nel quale la Parola di Dio non scenda nel nostro cuore e non produca i suoi frutti di conversione!
Solo così potremo assicurare al Signore che viene una degna culla nel nostro cuore.





venerdì 20 novembre 2015

Che cos'è la verità?


Ecco il nostro Re! Un mantello regale, una corona di spine, una canna come scettro, una croce.

Domenica 22 novembre 2015- Anno B- Festa di Cristo Re



Dal vangelo secondo Gv 18,33-38

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?».

Parola del Signore!

Enzo: La scena descritta nel brano che la liturgia ci propone si svolge nel pretorio, residenza di Pilato che compare nel vangelo di Giovanni per la prima volta. Nel racconto della passione, Giovanni pone di continuo la domanda che ritroviamo in tutto il suo vangelo: Chi è Gesù? La risposta è la seguente: Gesù è il Re dell'universo. Questo titolo è simobolo del potere di Gesù, figlio di Dio, potere su tutto e su tutti. Gesù con la sua morte e risurrezione inaugura un regno che non avrà mai fine, perchè non è di questa terra, ha il trono nell'eternità, fondato sulla Verità.

Gesù viene portato davanti a Pilato per disposizione dei sommi sacerdoti che cercano di costringere Pilato ad accettare il loro giudizio senza andare alla ricerca di accuse speifiche. Pilato non accetta compromessi, ma costringe i giudei a scoprire i loro piani sulla vita di Gesù: vogliono la condanna a morte di Gesù.

L'incontro con Pilato si risolve in un dialogo con Gesù, apertamente. Pilato mostra veramente di cercare la verità su Gesù, non si accontenta delle “chiacchere” di chi lo accusa. Giovanni ci mostra l'immagine di Gesù come padrone degli avvenimenti e della storia: nella morte di Gesù vede l'adempimento delle profezie dei profeti e quelle fatte da Gesù concernenti la sua morte.

Provocato da Pilato a riconoscersi come re, Gesù prende le distanze dall’immagine della regalità terrena, senza tuttavia rifiutare il titolo stesso. Ma la contestazione di Gesù è più ampia: il suo regno non è quello che aspettano i giudei, né quello che Pilato suppone. Il suo regno viene da altrove, è di natura spirituale, il suo regno si instaura non mediante la forza, ma attraverso la proposta di una parola di rivelazione. Quelli che l’accolgono diventano sudditi di questo regno, non solo alla fine dei tempi, ma fin d’ora. Il suddito è discepolo che si mette in ascolto della parola di rivelazione: “chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”.
Alle parole di Gesù, Pilato risponde con una battuta che esprime sia ironia che scetticismo:”Che cos'è la verità?

Fin qui la cronaca di un incontro. Alcune considerazioni sono d'obbligo.
Pilato cercava la verità sullo stato di Gesù, non lo vuole condannare, ma prevale in lui la tranquillità personale nella gestione del suo potere. Non sa ascoltare le ultime parole di Gesù: “
“Io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Quel verbo “ascoltare” tanto noto a noi durante queste riflessioni domenicali, spesso è declinato per capricci, comodità personali. Ascoltare è l'inizio di un cambiamento, di un proseguimento di vita nella verità: per noi Gesù è Verità.

Pilato non sa “«Che cos'è la verità?»: Gesù non risponde, avrebbe dato una risposta valida per tutte le generazioni.
La verità è che Pilato condannerà Gesù prima alla flagellazione e dopo alla crocifissione. Ed ecco il nostro Re! Un mantello regale, una corona di spine, una canna come scettro, una croce.

Questa figura mi è stata presente subito, appena letto questo brano. Che razza di re festeggiamo! I pensieri si susseguono, vanno alle diverse pagine del vangelo, uno sguardo all'umanità disorientata, ai miei tanti tentennamenti e ai tantissimi atti di misericordia ricevuti per mezzo di Colui che si dichiarò re di fronte a Pilato, ma RE non di questo mondo: “Il mio regno non è di questo mondo”.

Tutto appare più chiaro , rileggo le parole di Giovani capitolo primo: 
 
In principio era il Verbo
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di Lui
e senza di Lui nulla è stato fatt di ciò che esiste...

...Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.

Per l'uomo, per la sua salvezza, era proprio necessario che il Verbo patisse, fosse messo a morte. La necessità è la volontà amorosa di Dio per farmi capire che tutta la bellezza del creato è per la felicità dell'umanità, non del singolo: la verità di Dio vuole che chiunque vuole arrivare a Dio deve ascoltare una voce quella di Gesù, parola del Padre.

Il mio pensiero torna a Pilato: pur rassicurato dalle parole di Gesù che non si trattava di un individuo pericoloso per gli interessei politici di Roma, rifiutò di accostarsi alla luce che Gesù gli offriva. Acetto questo re paziente, sofferente, uomo dei dolori, testimone dell'amore del Padre, per tutti noi VIA, VERITA', VITA.


Che cos'è la Verità? La verità sei tu, Gesù, sofferente, flagellato, crocifisso, risorto, Parola del Padre, che tornerai glorioso per dire ancora una parola: 

“Venite,benedetti dal Padre mio,

 ricevete in eredità il regno preparato per voi

fin dalla creazione del mondo”.

 
Mariella: In quest'ultima domenica dell'anno liturgico la Chiesa ci fa meditare la signoria di Cristo, Re dell'universo. La sua regalità non è come quella che siamo abituati a conoscere in terra, non è fatta di potere, di forza, usati per sottomettere il popolo, la sua regalità consiste nel dare testimonianza alla verità, quell'unica verità che viene dal cuore di Dio.

E di questa verità Gesù non si serve in alcun modo per dominare, ma la testimonia con coerenza di vita, amore incondizionato e fedele alla volontà del Padre.
Questo concetto ci viene subito espresso attraverso il brano evangelico di Giovanni che riporta l'interrogatorio fatto da Pilato a Gesù.

Come si può pensare che un uomo in quelle condizioni potesse essere re di qualcosa? Era la negazione della potenza e della forza. In un mondo dove quel che conta è ciò che appare, come può Lui essere re?

Eppure con assoluta calma e sicurezza Egli risponde a Pilato: “...tu lo dici, io sono re. Per questo sono nato, per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità....”
I re di questo mondo vogliono imporre, vogliono aver ragione, vogliono comandare e non obbedire, vogliono essere serviti ma non servire. I re di questo mondo vogliono essere amati, riveriti, si circondano di complici e di sudditi, non cercano la verità cercano l'interesse personale.
Gesù è l'opposto di tutto questo, Egli cerca soltanto il bene dell'umanità intera, non è tentato dal denaro, dal successo, dalla gloria, è re perché serve ed ama, solo l'amore comanda veramente, solo l'amore ha il vero potere sul creato.

La sua forza è quella dell'amore, l'unica che non conosce tramonto e non ha limiti. Per questo è il più forte di tutti, re dell'universo intero ed il suo regno non avrà mai fine. Perchè il potere dell'amore dura in eterno, mai tramonterà, sarà sempre via di salvezza e di speranza per tutti.

I discepoli di Gesù sono dunque chiamati a condividere la sua regalità se “ascoltano la sua voce”, se condividono la sua mitezza ed umiltà di cuore, se testimoniano con parole ed opere il suo amore e la sua misericordia.. Con Lui possiamo vincere il male col bene, possiamo sconfiggere la morte con la vita, possiamo scegliere la verità per allontanare definitivamente la schiavitù del peccato. 
 
Lo vogliamo veramente?



venerdì 13 novembre 2015

Oggi, qui, attraverso i successi e i fallimenti della vita, bisogna vivere la primavera di Dio.


“Tutti, un giorno, abbiamo conosciuto una specie di fine del mondo”

Domenica 33ma del tempo ordinario- Anno B- 15 giugno 2015


Dal vangelo secondo Mc 13,24-32

In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cielisaranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.


Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.

Parola del Signore!

Enzo: Ci stiamo avviando verso la conclusione dell'anno liturgico e come chiesa ci interroghiamo, leggendo questo brano di vangelo di Marco, sul nostro destino come discepoli di Gesù.
E' un discorso sulla fine dei tempi che preannuncia l'avvento del Regno di Dio con le realtà ultime del nostro mondo.
Questo messaggio è profondamente radicato nella Bibbia e nella persona di Gesù. La bibbia annuncia spessp l'avvento del Regno di Dio e Gesù realizza nella sua persona e nella sua vita, per volere del Padre, la promessa di salvezza. Egli, Gesù, verrà con grande potenza e gloria.

Il brano che a prima vista appare come evento apocalittico disastroso in pratica il contenuto è completamente aperto alla salvezza portata da Gesù e alla sua presenza nel mondo, da lui amato e salvato.
Due versioni dunque nella esegesi di quanto descritto in tutto il capitolo 13 del vangelo di Marco: una pessimistisca e l'altra ottimistica.

La versione pessimistica vede un quadro terribile, fosco che implica la fine dell'umanità, la fine della storia umana, annuncia disastri.

La versione ottimistica vede nelle parole di Marco, nel brano che stiamo commentando, solo l'incontro degli eletti con il Salvatore, l'avverarsi delle sue promesse. Marco vuole calmare la frenesia che vigeva tra i primi cristiani per gli avvenimenti dell'anno 70 con la distruzione di Gesrusalemme da parte dei romani, come se l'accaduto indicasse imminente l'arrivo di Gesù, ricordando le sue parole: “non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga”.

Viene illustrata la funzione del Figlio dell'uomo come giudice escatologico: Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria, come aveva annunziato il profeta Daniele (capitolo 7). Non si parla dei nemici di Dio e del loro castigo, viene sottolineata soltanto la raccolta degli eletti: Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.
Del resto nelle righe che precedono Gesù invita i suoi alla prudenza, ad essere sempre pronti e non credere ai falsi cristi e ai falsi profeti che faranno segni e prodigi per ingannare: l'ultimo tentativo di Satana?...
 
La seconda parte del brano riprende il tema iniziale sul momento della fine sul segno quando tutto ciò starà per compiersi, ma questo momento nessuno, eccetto il Padre, lo conosce.
Non è necessario per i discepoli conoscere il momento della seconda venuta di Gesù in base a calcoli temporali, unitili e vani;è essenziale invece la piena adesione alla parola e persona di Gesù: le sue parole non passeranno mai. Sulle sue parole si fonda saldamente la speranza del credente, il quale si affida alla volontà del Padre celeste, che governa i destini del mondo.
L'atteggiamento saggio sarà la vigilanza, l'essere sempre pronti ad accogliero, a qualsiasi ora, con la serenità dei figli di Dio, con la gioia nella speranza di una nuova vita.
Gesù con la parabola del fico Gesù ci esorta a guardare avanti, il suo ritorno deve essere atteso come il fiorire delle piante a primavera e il sole dell'estate.

Termino questo commento con le parole di G. Bessière:

“Tutti, un giorno, abbiamo conosciuto una specie di fine del mondo: la guerra, la morte di una persona cara, un'improvvisa malattia, lo scontro con una società dura e a volte così poco umana... Sappiamo che è stato necessario ricominciare a vivere e a credere nell'estate guardando spuntare l'umile foglia del fico. A volte abbiamo reinventato il mondo come se si potesse attingere luce e forza dal futuro. Gesù non sapeva tutto. Era abbagliato dal sole di Dio, attraverso la caligine dei giorni minacciosi che venivano verso di lui. Diceva ai suoi amici il segreto nascosto nella precarietà del presente. Sta qui il messaggio luminoso delle parole apocalittiche di Gesù: oggi, qui, attraverso i successi e i fallimenti della vita, bisogna vivere la primavera di Dio. Ostinatamente.”




Mariella: Nel capitolo 13 del Vangelo di Marco il discorso si focalizza sul “dopo Gesù”, Egli si congeda dagli Apostoli, parlando del loro futuro e su quelli che saranno gli ultimi eventi della storia. Il suo è davvero un discorso di congedo definito apocalittico-escatologico, apocalittico viene da apocalisse che significa rivelazione fatta immagini grandiose: è il cielo e la terra che si scuotono. L'aggettivo escatologico deriva dal termine escatologia che significa discorso sulla fine, si intende cioè parlare delle ultime realtà della storia.

Nel brano letto Gesù inizia il suo discorso con le parole: “in quei giorni..” Ecco l'evento che orienta la storia, lanciato in un futuro indeterminato, ma comunque certo. Egli allude alla distruzione di Gerusalemme, ma quando avverrà non sarà la fine, non segnerà il tempo della piena realizzazione del Regno, questo avverrà dopo e segnerà l'entrata trionfale e definitiva di Dio nella storia degli uomini. Non sarà frutto di eventi determinati dall'uomo, ma sarà opera esclusiva del volere e potere divino, che porterà a termine la storia della salvezza.

Dio entrerà in modo definitivo nella storia e quando questo avverrà l'universo intero si scuoterà, anche le forze e le potenze dei cieli. Dio verrà a giudicare la terra, ma Egli desidera soprattutto salvarla attraverso Gesù stesso, il quale attraverso la grande tribolazione della sua morte in croce risorgerà per ricevere quella gloria che aveva presso il Padre prima che il mondo fosse. E così rivestito di gloria ritornerà per compiere una sua promessa: “Ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io.” Gv. 14,3


Ecco il senso salvifico della sua venuta: Egli viene per il raduno finale degli eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo, nessuno sarà dimenticato dal Signore, perché è con loro che condividerà il Regno il potere e la grandezza.
Dalle macerie di un mondo segnato dal fallimento di una storia segnata dal peccato, nascerà un mondo nuovo benedetto da Dio. L'apocalisse dunque segna sempre un nuovo inizio, quello della città di Dio tra gli uomini.

Ma quando tutto questo avverrà? Quanto tempo dovrà passare dopo la grande tribolazione?
“Dalla pianta del fico imparate la parabola” dice Gesù.
In questa domenica siamo dunque invitati ad imparare dalla natura ed in particolare dalla pianta del fico: quando il ramo diventa tenero e spuntano le foglie, si sa che l'estate è vicina. Così il cuore, tenero nella carità, rivela la presenza e la vicinanza del Signore. Non sono le catastrofi o gli stravolgimenti della terra a doverci inquietare, ma il semplice rinvigorirsi del ramo e lo spuntare delle gemme.

Non abbiamo necessità di scrutare il futuro, ma dobbiamo saper discernere il presente, comprenderne il senso alla luce della Parola di Dio, dobbiamo imparare a cogliere i segni della resurrezione e di un'eternità che è già in atto. In poche parole dobbiamo saper scoprire i segni di quello che sta cominciando a fiorire e non di quello che sta seccando, che termina. Questa è la fede, una forza capace di discernere e muovere la storia. E in quest'opera non siamo sol,i perché sappiamo che Egli verrà, è vicino, è alle porte .

"Niente ti turbi, niente ti spaventi,

chi ha Dio nulla gli manca,

tutto passa, solo Dio resta,

solo Dio basta".

Niente ti turbi, niente ti spaventi.

Tutto passa, Dio non cambia.

La pazienza ottiene tutto.

Chi ha Dio ha tutto.

Dio solo basta.

(Teresa di Gesù)